Leonardo odiava quell’oziosa cittadina, con le spiagge in cui arrostirsi al sole e il mare in cui lasciarsi cullare dalle onde, sdraiati su scomodi materassini di gomma. Preferiva l’Inverno: gli piacevano il freddo, la neve, la polenta che riscalda lo stomaco e aumenta i chili sulla bilancia, e per questo aveva sempre trascorso le sue vacanze sui monti; ma per permettersi l’adorato riposo lavorava da ormai quindici anni per un hotel vicino alla costa, dotato del suggestivo nome di “Infinity Hotel”. Con cinque piani e appena venti camere, c’era da chiedersi cosa ci fosse di infinity, ma Leonardo aveva smesso di farsi domande inutili, gli interessava solo stringere i denti per i mesi assolati e godersi poi lo stipendio in quelli innevati. Accanto al corpo centrale dell’Hotel si trovava un altro palazzo, di costruzione più recente, in cui avevano aggiunto un ristorante, una zona relax, una palestra, e due piani dedicati alle camere. A dire il vero, non si era mai preoccupato di quell’ala, se non quando aveva scoperto la particolarità della stanza 420. L’architetto aveva suggerito una forma di maggior impatto, a mezzaluna, che presentava però un piccolo punto debole: la specchiera presente nella stanza 420 della struttura principale. Da una precisa angolazione era possibile vederci riflesso l’interno della stanza 410b, l’ultima della nuova ala. Leonardo, naturalmente, se n’era accorto subito, il suo lavoro l’aveva abituato a notare qualsiasi dettaglio, per ingraziarsi il cliente e guadagnare così una bella mancia. Stava servendo la 420, nella quale si trovava un sedicente scrittore che, tutte le estati, si presentava per trarre ispirazione e giovamento dall’aria di mare, indispensabile, a suo dire, per terminare il romanzo che stava scrivendo ormai ininterrottamente da almeno dieci anni. Mentre cercava di mantenere il sorriso, nonostante gli estenuanti racconti dell’uomo, Leonardo aveva notato quella curiosa violazione della privacy; aveva sorriso di quella circostanza e l’aveva posta in un angolo della mente, insieme a tutte le altre cose che notava durante l’arco della giornata, ma che non riteneva utili per sbarcare il lunario. Da allora, gli era capitato di ripensarci, a volte, con curiosità sporcata da un pizzico di ironia, che si andava rafforzando ogni volta che il proprietario lo rimproverava e lui, sotto i baffi, rideva pensando a quanto era stato incauto nel non notare quel dettaglio, e a quanto si sarebbe divertito lui non appena qualcuno se ne fosse accorto. I giorni però passavano, e nessun cliente della 420 sembrava rendersi conto di quel curioso fenomeno. Smise di pensarci, almeno fino ai primi giorni di Settembre.

La stagione era ormai agli sgoccioli, gli sembrava di sentire già il profumo della polenta, il freddo della neve ed il caldo del camino acceso in una baita tra le piste, quando fu chiamato per un Room Service nella stanza 420, dove alloggiava un ragazzotto sui vent’anni che sarebbe partito l’indomani. Quando bussò alla porta, una voce lo invitò ad entrare.

«E’ aperto, sono sotto la doccia, lasciate pure lì!» Leonardo si apprestò ad obbedire, posizionando il carrello al centro della stanza. Senza neanche sapere perché, si avvicinò alla specchiera e lanciò un’occhiata al vetro, con curiosità. Quello che vide lo portò a sgranare lo sguardo, incredulo: una ragazza, la più bella che avesse mai

visto, stretta solo in un accappatoio rosso, che si muoveva, danzando, proprio davanti alla finestra della 410b. Si prese qualche istante per osservare meglio la figura, ritagliata nel quadrato del telaio: i lunghi capelli biondi ricadevano contro l’accappatoio in morbidi boccoli, le spalle erano parzialmente scoperte e per un istante gli sembrò quasi di poterne sentire la morbidezza sotto le dita.

«Salve»
Non si era accorto che il rumore dell’acqua si era fermato, e quel richiamo lo fece sobbalzare. Si voltò, trovandosi di fronte la figura del giovane ospite.
«Mi scusi, signore, io…»
«Oh, non si scusi… la capisco» l’occhiolino che seguì bastò per far comprendere a Leonardo che, alla fine, un cliente si era accorto della strana particolarità di quella stanza. Senza sapere cosa dire, recuperò il suo sorriso di circostanza e, con un inchino, prese congedo, cercando di cancellare quanto avvenuto dalla sua mente.
La mattina dopo, nella stanza del personale, c’era un gran vociare di cameriere; non era una situazione insolita, e Leonardo preferiva sempre distaccarsene, anche se era inevitabile sentire qualche pettegolezzo su questo o quell’ospite. Le orecchie si tesero quando sentì nominare la 420.
«Ma sì, ti dico… se n’è andato» Alice, la giovane cameriera ai piani che avevano assunto per quella stagione, sembrava vagamente oltraggiata «… la sua partenza era prevista, però non si è presentato alla reception questa mattina, deve essersene andato durante la notte ma il portiere dice di non averlo visto»
«Quello era troppo impegnato a guardare il fondo della bottiglia, te lo dico io» Leonardo si alzò, salutò i presenti con un semplice cenno del capo e si allontanò per dirigersi al lavoro.
Più tardi venne chiamato per un Room Service nella stanza 419, assegnata a un medico in visita per un convegno. Uscì dalla stanza soddisfatto, con una mancia considerevole in tasca e un principio di adorazione per la categoria dei medici, quando lo sguardo gli cadde sulla porta della stanza 420, aperta nonostante l’interno buio. Si avvicinò con l’intenzione di chiudere la porta, ma, quando il palmo della sua mano incontrò il freddo della maniglia, si scatenò in lui il ricordo della misteriosa donna bionda, e invece di chiudere quella stanza, la aprì, per poi entrare. La sua mano corse subito alla parete destra, dove sapeva di trovare l’interruttore della luce. Se qualcuno l’avesse scoperto, avrebbe semplicemente detto di aver trovato la porta aperta e di essere entrato per controllare fosse tutto in ordine. Aprì la finestra, rinfrescandosi con l’aria esterna, e si portò nel punto che aveva scoperto ormai tanto tempo prima. Si morse il labbro inferiore, mentre la curiosità girava dentro le sue vene, mescolandosi al suo stesso sangue e trasformandosi in un istinto più antico, più bestiale. Questa volta, la sua intraprendenza fu premiata con una visione ben più succosa: la donna bionda era sempre alla finestra, ma non c’era più il morbido accappatoio rosso a coprirne le forme, adesso nulla era lasciato all’immaginazione, e dalla sua posizione Leonardo poteva osservare quel corso dalla pelle chiara come quella di una regina che si muoveva sull’onda di una musica che non riusciva a sentire. Rimase lì, gli occhi incollati a quella figura ipnotica, a quei seni che svettavano come piccole montagne che avrebbe voluto scalare con le dita. Da allora, non riuscì a levarsi di dosso il pensiero della donna; ogni giorno si recava nella stanza

410, che fortunatamente non era stata riassegnata, si posizionava nella giusta angolazione ed osservava. Ogni volta la trovava alla finestra, e, se le prime volte aveva potuto ammirarne solamente il busto, con il passare dei giorni gli fu permesso di guardare di più, sempre di più. La vide ballare nuda, osservò le sue gambe muoversi a ritmo, seguì il loro profilo con gli occhi, fino al punto in cui si congiungevano, analizzò ogni singolo centimetro del suo corpo, e più passava il tempo più si convinceva che quel ballo fosse per lui. Più di una volta gli era sembrato che la donna guardasse nella sua direzione e anche che eseguisse appositamente dei gesti provocanti, come se sapesse di essere osservata. La guardava strizzare i seni tra le mani, passare le dita sul ventre e guidare il suo occhio verso il basso, una volta l’aveva vista sdraiarsi sul letto sfatto e inarcare il bacino, in un muto richiamo. Per giorni in lui era cresciuta questa consapevolezza, alimentata da un desiderio che ormai aveva occupato ogni più piccola parte del suo cervello. Lei lo voleva, ne era sempre più sicuro: voleva essere guardata, voleva essere desiderata, voleva essere posseduta.
Una notte non riuscì più a resistere, e, senza farsi vedere, raggiunse la camera della ragazza. Le mani gli tremavano mentre la mente correva frenetica a tutti i sogni che l’avevano tenuto sveglio la notte e che ora, finalmente, poteva trasformare in realtà. La porta si aprì, rivelando un interno buio, in cui lui si mosse aiutato solo dalla fioca luce del cellulare, per paura di rivelare all’esterno la sua presenza. C’era una figura, sul letto, e illuminandola poté riconoscere la schiena della donna. Senza perdere tempo, si stese sul letto al suo fianco, beandosi del profumo della sua pelle.
«Sono qui…» la mano si mosse sui fianchi di lei, sulla sua pelle, per poi risalire sul seno ed afferrarlo «So che mi stavi aspettando…».
«Sì…» la voce di lei non era di certo come se l’era aspettata, nei suoi sogni l’aveva sempre immaginata con un tono dolce, limpido, invece il suono che gli rispose nel buio era roco, graffiato «… ti stavo aspettando».
La figura nel letto si girò, e Leonardo si trovò a contemplarla, vide gli occhi rossi, le crepe sul volto e quella bocca spalancata, con i denti aguzzi e ingialliti.
Gridò, ma nessuno lo sentì.