Per la signora, un Dessert Versilia

Di Eugenia Di Guglielmo

È quasi vuota la passeggiata, eppure si sta ancora bene senza la giacca. È un autunno mite, di foglie aranciate che frullano nell’aria, melograni spaccati e diosperi dolcissimi. Amarilli si ferma su una panchina; è arrivata fino alla Darsena e adesso è stanca, le ginocchia iniziano a farsi sentire. Respira profondo: l’aria è tiepida e sa di mare. Socchiude gli occhi per un attimo e, mentre nella testa le immagini corrono veloci, lei mette insieme i colori, come su una tavolozza. Il grigio asparago del mare, l’argento delle Apuane, il pervinca del cielo, il tan della sabbia, il blu di Prussia dell’orizzonte. Poi torna ad osservare le vetrine dei negozi, le aiuole e le fontane, la strada e i grandi alberghi. Com’è bella Viareggio d’autunno: le ricorda una vecchia signora come lei, di classe, ancora piacente anche se con qualche acciacco. Distendendo le gambe indolenzite, la donna ferma lo sguardo sull’Excelsior, sulla lunetta della serliana, con la grande immagine di un veliero tra i flutti, e sulla cupola ricoperta da un intreccio verde e oro di ceramiche invetriate. Ma è tutto chiuso, sprangato, giù le tapparelle. E pensare che fino a poco fa era uno degli alberghi più lussuosi, frequentato da personaggi dello spettacolo, intellettuali e artisti. Lei se lo ricorda bene, perché tutti gli anni, nel mese di agosto, varcava quel portone, in abito da sera e borsetta lamé, truccata e profumata come una diva. 

La dottoressa Vincenzini abitava nell’appartamento a piano terra di un elegante palazzo nel centro di Firenze; viveva da sempre con la sorella e, ora che erano entrambe molto anziane, non si separavano mai. Tranne d’agosto. Le due donne conducevano una vita assai monotona e ripetitiva: non godevano del bel giardino ombroso che si apriva sul retro, né della città che sfilava oltre le loro finestre, sempre perennemente chiuse. L’aria era pesante in quella casa. Lo sapevano bene le bambine del secondo piano: due sorelle molto educate, che di quando in quando erano invitate a scendere giù, per prendere il regalo della fatina. Quando Amarilli riceveva la telefonata, le bimbe percepivano subito l’imbarazzo della madre, che passava le mani, ancora tutte piene di colore, tra i capelli legati a coda. Poi, sbuffando, accettavano di scendere: andava avanti la maggiore, coraggiosa e intraprendente. La piccola si metteva dietro la sorella, un po’ nascosta: non le piaceva entrare in quella casa, le signore erano brutte, vecchie e le facevano paura. La dottoressa aveva grandi macchie violacee sul viso, capelli radi e occhiali spessi che le rendevano ancor più piccoli quegli occhi da cinesina; la sorella, che era un po’ stramba, teneva sempre un foulard in testa, da cui uscivano uno sguardo allucinato e una bocca tutta storta. Suonato il campanello, c’era il rito del bacino sulla testa, al quale le bimbe si sarebbero volentieri sottratte; poi si entrava in cucina e lì troneggiava sul tavolo l’immancabile scatola di cioccolatini. Tra ringraziamenti e complimenti vari, le due piccole scappavano via e si rintanavano a casa, tra le grandi tele della madre sparse ovunque. 

– Guardate che la dottoressa Vincenzini è molto colta: è stata tra le prime laureate in medicina a Firenze, alla fine degli anni venti.

Le piccole si zittivano: come poteva una donnina così bassa e brutta essere tanto importante? Poi cercavano di calcolarne l’età e sghignazzavano tra di loro. 

Dopo poco la famiglia di Amarilli fu colpita da un grave lutto e le bambine dovettero diventar grandi d’un tratto, per aiutare la madre, che era rimasta sola. Niente sarebbe stato più come prima.

Tutti gli anni, il primo d’agosto, la dottoressa Vincenzini si trasferiva a Viareggio, al Grand Hotel Excelsior, in una bella camera vista mare; salutava la sorella, saliva sul pullman e in meno di un’ora era davanti all’ingresso con il monito SALVE. La conoscevano tutti lì, era una celebrità; il concierge le veniva incontro, le prendeva la valigia e insieme varcavano il grande portone a vetri. In quel momento iniziavano le vacanze per la dottoressa, che, felice, tornava a rivestire un ruolo che ormai da tempo nessuno le riconosceva più: non certo i colleghi anzianissimi, non la sorella poco dotata, né i condomini che a stento sapevano il suo nome. Nessuno, tranne Amarilli; lei era l’unica che la stimava davvero. 

All’interno dell’albergo tutto era maestoso: la donna incedeva come fosse un gigante per i corridoi lunghissimi, sui tappeti accoglienti, fiera del suo nome e della sua intelligenza, volgendo lo sguardo agli ospiti seduti nei salottini per riceverne un saluto o un inchino. Le giornate all’Excelsior erano scandite dai ritmi dei prelibati banchetti serviti nella grande sala delle vetrate Liberty, dalle serate musicali, dai tè delle cinque con qualche illustre personaggio: la dottoressa usciva poco, solo per la passeggiata in pineta la mattina presto. Per il resto non le mancava niente e viveva l’albergo come se fosse casa sua. C’era però una serata, la più speciale di tutte, che aspettava con ansia, e allora sì che entrava in fibrillazione. Fin dal giorno prima si faceva chiamare il maitre dell’albergo per comunicargli, personalmente, che avrebbe avuto un’ospite importante e per raccomandare ogni attenzione. 

– Le ricordo che è un’artista e va accolta come merita.

Assumeva un’aria severa nell’impartire ordini e nessuno osava contraddirla: le ragazze delle camere, gli autisti, i camerieri della sala, il concierge erano tutti allertati e impettiti ascoltavano la dottoressa.

Amarilli avrebbe fatto a meno di andare a Viareggio quella sera; da quando era morto il marito, tutti gli anni la Vincenzini la invitava al Grand Hotel e per lei era una delle serate più noiose dell’estate. Le figlie, ormai grandi, la prendevano in giro, ricordandole il regalo della fatina e il bacino sulla testina e prospettandole una cena a base di brodino e purè, vista l’età dell’ospite. La pittrice però sapeva che per la dottoressa era una serata particolare, così, raccolte tutte le forze, sceglieva un abito elegante e un bello scialle, una borsa luccicante e un paio di scarpe alte, una collana estiva e l’ennesimo volume di arte da portare in dono alla sua ospite, indossava il più grande dei sorrisi ed entrava all’Excelsior. Le andava incontro trafelato il povero concierge, che non era stato così rapido come l’anziana signora gli aveva chiesto, e, tra mille scuse, le due donne a braccetto percorrevano la hall in cerca di un salottino libero per aspettare la cena e fare due chiacchiere in tranquillità. Lo stile Liberty degli arredi incantava la pittrice, tutta assorta nello studio degli accostamenti cromatici molto moderni: entrare in quell’albergo era per lei come tuffarsi in un mare di colori, ogni volta scopriva una nuova nuance. A chiunque si affacciasse nel salottino per cercare una poltrona libera, la dottoressa, tronfia, scuotendo il capo:

– Non lo vede che ho un’ospite? Cerchi un altro posto, grazie.

Amarilli, imbarazzata, tentava di rivolgere un sorriso verso i poveri malcapitati, alzando le spalle in segno di sottomissione, ma alla fine restavano loro due sole a sorbirsi un Vermut e a sgranocchiare noccioline. 

– Quando è pronto, ci chiami, mi raccomando.

I camerieri accennavano sicuri col capo e intanto si chiedevano chi fosse questa signora giovane con la coda di cavallo, ben vestita e profumata, e si lambiccavano il cervello per ricordarne il nome: doveva essere di certo una celebrità.

Nella grande sala da pranzo, con i tovagliati di lino verde marino scuro e le sedie trapuntate in tonalità Solidago, le due donne venivano scortate da una fila di inchini fino ad un tavolino speciale, diverso da quello che la Vincenzini usava tutti i giorni da sola. Accanto passavano signore ingioiellate e con gli abiti lunghi, uomini elegantissimi in giacca e cravatta, come in un quadretto anni trenta. Amarilli sorrideva, pensando alle sue figlie e alle serate trascorse tutte insieme a casa: le sembrava di essere in un altro mondo, lì all’Excelsior. Era una fiaba anche per lei.

Il menu era già stato selezionato al mattino dalla dottoressa, che, per non sfigurare, faceva preparare una cena luculliana alla sua ospite: le crudité, il risotto al profumo di mare, passando da vol au vent a deliziosi sformatini di verdura. 

– Le piace? Le piace?

Amarilli, già satolla dopo la prima portata, non poteva rifiutare nulla e cercava con lo sguardo di intercettare il cameriere per implorare una porzione ridotta, ma quello, istruito a dovere, le dava sempre il piatto più abbondante. Era la cena più lunga della sua estate, eppure allo stesso tempo si divertiva: vedere trasformata la signorina del piano terra in un’imperiosa bisbetica, vezzeggiata e onorata da tutti, era davvero insolito.

Quando poi era il momento del dolce e il cameriere umilmente si avvicinava al tavolo, era allora che la Vincenzini viveva il suo momento di gloria. Sorridente, dichiarava:

– Per la Signora, un Dessert Versilia.

La pittrice cercava di sottrarsi almeno al dolce, inventando giustificazioni, la dieta, gli zuccheri, ma non c’era verso: quel dessert lo doveva finire tutto. Arrivava solenne, in un bel vassoio d’argento, nel suo famoso barattolino di paraffina sfondo blu mare, con la figura di una ragazza su un pattìno. Quando toccava con il cucchiaino il cioccolato, dopo aver esplorato la vaniglia e lo zabaione, la giovane donna sapeva che era quasi alla fine di quella prelibatezza: il liquore liberato andava a umettare la base di pan di spagna in un abbraccio morbidissimo e la dottoressa sorniona guardava soddisfatta la sua ospite.

La Vincenzini dopo pochi anni morì e con lei si spensero le cene di gala all’Excelsior. 

Amarilli sospira, sorridendo al ricordo: oggi sa giustificare la vanità di quella vecchia amica, che cercava solo di sfuggire alla solitudine, almeno per un po’. 

Il sole sta per tramontare sul mare che si è fatto porpora; lei volge un ultimo sguardo a quell’albergo, definitivamente chiuso. È ancora bello e imponente. Chissà cosa ci faranno, un residence, una casa di riposo? La donna lo immagina sventrato, trasformato e pensa agli arredi preziosi, ai tappeti, ai divani dispersi, venduti; rabbrividisce. Poi d’un tratto, oltre le serrande, le pare di scorgere un brillare di lustrini: che siano invece rimasti tutti lì dentro, i signori e le signore ben vestite, i camerieri, l’ossequioso concierge e pure la Vincenzini? No, è solo un gioco di luci. Eppure, quel barattolino bianco e blu sul vassoio d’argento, sta aspettando proprio lei. Stavolta ne è sicura.

– Grazie, il Dessert Versilia è per me.

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