Luglio

Di Stefania Lami

Per noi lucchesi il mare è un elemento che non ci appartiene. 

Siamo esseri solidi, abbiamo bisogno di concretezza, di mura e mattoni, di case e portoni meglio se chiusi, di giardini, di parchi, di alberi e piante ben radicate al suolo, ostinate anche loro come noi e gelose del pezzetto di terra che le circonda. Il mare non ci soddisfa proprio. E non c’entra nulla che sia fatto d’acqua, l’acqua è un’altra cosa, l’acqua è ricchezza, si può incanalare, contenere, sfruttare, ma il mare no, il mare è troppo grande, inutilmente salato, senza forma né appartenenza, condivisibile, incontenibile, buono solo per chi se lo sente nel sangue, non per noi, aggrappati da secoli alle nostre mura.

Eppure da bambina i miei genitori mi portavano in vacanza a Viareggio.

Ma non per il mare, bensì per l’aria, quell’aria così salubre e iodata che mi avrebbe tenuta al riparo da una branca di malattie temutissime, prima fra tutte quella che si diceva costringesse il soggiorno obbligato in un luogo dal nome che quasi sempre tradiva le aspettative: sanatorio. 

Così, quel primo giorno di luglio del 1950 io, mia madre e mio padre prendemmo il treno alla stazione di Lucca. Un grande viaggio per me che avevo otto anni, sento ancora nelle orecchie il suono delle rotaie alternarsi alle voci lontane della mia maestra e delle compagne di scuola che mi ripetevano quanto fossi fortunata, un mese a Viareggio alloggiata in una pensione. Fu mio nonno a sostenere le spese, nonno Pino che assomigliava al suo nome, alto magro e forte, lui che adorava la sua unica figlia Elisa, uscita di casa troppo presto e la sua nipotina Chiara, cioè io. Mio padre no, lui non poté approfittare di questo regalo, lui doveva lavorare, così dopo averci accompagnato riprese il treno per Lucca la sera stessa e prima di cena.

La pensione Casa Marina era classificata come “due stelle superior”, non capivo il significato di quelle parole, però quando lo raccontavo alle mie amiche tutte sgranavano gli occhi e mi dicevano: – beata te, addirittura superior – e questo mi inorgogliva al punto da farmi chiudere gli occhi e tentennare la testa in segno di affermazione con aria greve. 

A ripensarci adesso era solo una piccola pensione non certo di lusso, con le tappezzerie un po’ stinte e gli infissi di legno rosicchiati dal salmastro e malamente ridipinti di bianco, ma per me, allora, solo vedere l’ingresso con i due divanetti a righe bianche e blu, gli specchi alle pareti e il tappeto azzurro sulle scale mi faceva credere di essere entrata in uno di quei film con Jane Russell che la mamma mi portava a vedere al cinema. Mi sentivo una vera signorina e del resto così mi chiamava anche il cameriere, giacca bianca e farfallino nero, che ogni sera ci serviva la cena nella saletta attigua all’ingresso.

La signorina Ada (voleva che tutti la chiamassero così) era la proprietaria della pensione, aveva due anni più della mamma ma, sebbene meno bella, sembrava molto più giovane, forse perché aveva una cascata di capelli neri e ricci che lasciava sciolti sulle spalle, forse perché indossava sempre camicette a fiori e gonne a ruota colorate, forse perché non era ancora sposata, non aveva figli e sorrideva con tutti. 

L’edificio che ospitava la pensione, dieci camerette in tutto, si affacciava per metà su viale Regina Margherita e per metà su un’alberata stradina traversa, la nostra stanza era al primo e unico piano e la proprietaria ci aveva riservato la numero tre, quella che, come ci aveva più volte detto, era la migliore della pensione, proprio davanti alla “passeggiata” con i negozi, la spiaggia e il mare che si poteva quasi toccare. 

E la numero tre rimase per tutti gli anni a seguire, ogni anno, ogni luglio.

Il 15 luglio del 1959 quando il sole cominciava ad allungare le ombre, un ragazzo entrando fece suonare i campanellini appesi davanti alla porta d’ingresso, era alto e molto magro, aveva le mani occupate dalle valigie e precedeva di pochi passi i genitori già anziani, io lo guardai rimanendo seduta sul vecchio divanetto a righe che di lì a poco avrebbe lasciato il posto a un set di più moderne ma scomode poltroncine di vimini. La signorina Ada in piedi dietro il bancone mi strizzò l’occhio, io avvampai.

Si chiamava Paolo.

Da quel giorno costrinsi la mamma a uscire tutte le sere dopo cena per fare una passeggiata, lei che di camminare non aveva mai avuto voglia e che proprio in quel periodo cominciava a sentirsi tanto stanca, e anche Paolo fece lo stesso, così, mentre i nostri genitori si lamentavano di come la guerra avesse negato loro la gioventù, noi due scoprimmo i nostri desideri e ce li raccontammo sottovoce e lentamente, mentre la vita intorno a noi stava prendendo la rincorsa.

Dopo tre anni di fidanzamento nella primavera del 1962 ci sposammo. Io avevo 20 anni, Paolo 23. 

Così quando la signorina Ada mi vide arrivare con la fede al dito mi abbracciò stringendomi come una figlia, io che un po’ figlia avevo ancora bisogno di sentirmi, dal momento che la mamma era morta l’anno prima.

Non so se fu per abitudine, per pigrizia o per non rompere una tradizione a me tanto cara, ma l’anno successivo, il primo di luglio io e Paolo aprimmo la porta della numero tre con Gaia in braccio, due anni dopo c’era anche Luca che stava appena seduto, e dopo altri due con Lucia, appena nata.

I tempi cambiano – diceva la signora Ada (che aveva sostituito il “signorina” con il più consono “signora”) – guai a rimanere indietro. Ed ecco che proprio accanto alla pensione era spuntato un piccolo parcheggio privato, inoltre le camere non erano più dieci, ma otto, più grandi e più belle, ognuna con i suoi servizi privati e la possibilità di aggiungere letti e culle in più come facevamo noi per i bambini. 

Paolo parcheggiava la nostra nuovissima Fiat 500 turchese interni rossi, con una certa soddisfazione, nonostante fosse stata comprata con un pacco di cambiali, tanto lavoro straordinario per lui e mille domeniche in solitudine per me. Purtroppo però attraversare il monte di Quiesa in auto era diventato un vero calvario; Gaia e Luca cominciavano a sentirsi male alle prime curve e io con loro, tant’è che quando scendevamo eravamo tutti spossati come se quei venti chilometri li avessimo fatti di corsa.

Rimpiansi il treno più di una volta.

La signora Ada si mangiò il decennio rimanendo all’apice della bellezza. Ora i capelli erano acconciati come quelli di Mina e poi il trucco sugli occhi, i tacchi, gli abiti modernissimi. La guardavo accogliere i clienti, col suo sorriso aperto e quella parlantina così sciolta e ammiccante mentre mi sentivo crescere dentro lo stomaco una sensazione strana di ammirazione e pensavo alla mamma.

Gli anni passavano, Paolo e io intercettavamo ogni tanto sulle nostre teste qualche capello bianco, mentre i nostri figli consumavano sulle loro flaconi interi di lacca e gel. Eravamo a metà degli anni ‘80, non ricordo l’anno, ma ho ancora chiara la percezione della tristezza che quella mattina mi riempì la pancia. Non avevo avuto il coraggio di avvisare la pensione, ero partita pensando di inventarmi chissà quale scusa pietosa al momento, poi ero rimasta svuotata per tutto il breve viaggio.

La signora mi accolse come faceva ogni anno da quasi trent’anni uscendo da dietro il bancone e venendomi incontro a braccia aperte e con la chiave della numero tre in mano. Dopo avermi stretta forte, allungò un po’ il collo dietro le spalle di Paolo che era rimasto sulla porta e guardò i bagagli: “salite a rinfrescarvi”, mi disse nell’orecchio, “faccio togliere subito le poltrone-letto così avrete più spazio per voi due, la numero tre non ve la toglierà mai nessuno”. 

Niente, non avevo avuto bisogno di dire niente.

Io e Paolo non ci siamo arresi e fino al 2000 abbiamo continuato la nostra storia d’amore con Viareggio e la sua aria umida e salmastra che ogni notte si intrufolava dalle persiane socchiuse nella nostra camera. Chi invece si arrese fu la signora Ada, che in quello stesso anno lasciò Casa Marina e la sua vita, che poi erano la stessa cosa.

Non ho più avuto il coraggio di tornare senza poter più vedere quella bocca ancora carnosa e rossa aprirsi in un sorriso e quelle dita, ormai piegate dall’artrosi, far tintinnare la chiave davanti ai nostri occhi e infatti non andammo mai più. 

Adesso, guardo le mie dita diventate nodose e curve che se ne stanno lì, raccolte nel mio grembo per ore e ore, e penso a quanto sono vecchia, soprattutto adesso che sono rimasta sola.

Quest’anno i miei figli, stranamente d’accordo, hanno detto che mi porteranno in vacanza. 

Hanno preparato loro i miei bagagli perché dicono di volermi fare una sorpresa, forse ho capito di cosa si tratta ma non parlo, mi dispiacerebbe rovinare tutto. Seduta nella grande auto di mio figlio che sembra quasi un salotto, li sento discutere, si tolgono le parole di bocca a vicenda, vedrai, vedrai, mi dicono. 

Io intanto guardo fuori dal finestrino e riconosco quella strada che buca il monte e all’improvviso ti spara in faccia la luce del mare, riconosco la Torre di Matilde, la Passeggiata e il parcheggio che adesso sembra essersi ridotto dato che può ospitare solo tre auto. 

Possibile che i miei figli abbiano avuto questo pensiero? In vacanza insieme a loro, come tanti anni fa qui? In fondo oggi è il primo di luglio.

Si chiama ancora Casa Marina, ma le “due stelle superior” non ci sono più, al loro posto c’è un’insegna elegante: Residenza Assistita.

Un giovanotto alto e sorridente mi aspettava già sulla porta che adesso è scorrevole, mi viene in mente Paolo quel giorno lontano e il campanellino, già, chissà dove sarà finito il campanellino… alzo gli occhi e lui mi tende la mano e mi aiuta ad entrare in un posto dove tutto è cambiato, anche l’odore. 

I miei figli sorridono, parlano, dicono al personale che sono molto contenta di essere tornata dopo quasi vent’anni di assenza, dicono che un mese d’aria di mare mi farà molto bene, dicono che lì non mi mancherà niente, che mi sentirò come a casa, che potrò fare nuove amicizie perché gli inquilini sono tutti come me, dicono che per ogni bisogno loro verranno subito, un quarto d’ora di strada che vuoi che sia, dicono che è meglio così che stare sola a casa, dicono che anche loro hanno diritto ad una vacanza senza pensieri, parlano e parlano.

Mi volto verso quella che un tempo era la reception e cerco con gli occhi la chiave numero tre, ma chiavi lì dentro non ce ne sono.

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