Le ferie “sudate”

Di Giovanna Ghelardoni

Finalmente siamo arrivati a destinazione! L’albergo sembra bello. Ci sfreghiamo le mani, siamo felici ed eccitati. Si apre il cancello del parcheggio, mi scruto attorno e mi rendo conto che la mia adorata Y10 è l’unica utilitaria in mezzo a questi bolidi e, a meno che il personale non venga a lavorare in sella a una renna o con le ciaspole, anche le auto dello staff sono più belle della mia. 

Un po’ intimoriti, entriamo a fare il check-in.

Mi sento un clandestino al posto di blocco mentre consegno al receptionist la carta di identità e, quando mi chiede targa e modello dell’auto per darmi il lasciapassare per il parcheggio, riprovo le stesse sensazioni e sento scendere lo stesso sudore che ho lasciato su quella seggiolina di legno davanti alla commissione dell’esame di maturità. Deglutisco e rispondo tutto d’un fiato, scrutando la reazione dell’addetto ma la sua faccia imperscrutabile non lascia trapelare nulla, anzi, ci consegna le chiavi della nostra stanza insieme a un sorriso di benvenuto. 

La nostra camera è bellissima e trasuda lusso cinque stelle. In confronto la casa dove vivo è la dépendance della servitù. Dormiremo in una junior suite. Una quarantina di metri di camera con al centro un’antica stufa in maiolica, una zona giorno e un faraonico bagno con vasca idromassaggio e doccia. Ecco, parliamo della doccia e del motivo per cui mi è rimasta così impressa. Sempre brillante e perfetta, sembrava di lavarsi con l’acqua di Lourdes, solo che invece delle persone, rimanevano asciutti i vetri. Immacolati. In effetti, si potrebbe gridare al miracolo, perché per togliere il calcare dal mio box doccia serve lo scalpello. Ci sono altri aspetti irrilevanti che mi hanno colpita, come per esempio, il materasso e la digestione. 

Mi spiego meglio. La vacanza è all inclusive, una formula che noi onoriamo soprattutto a cena, mangiando ogni ben di Dio, e riuscendo comunque a passare la notte senza alcun disturbo. Ho deciso che voglio diventare ricca, perché i ricchi non sanno che cosa sia il reflusso gastroesofageo.

Ma veniamo al materasso. In mezzo a questi monti, io, che di solito sono intrattabile fino a metà mattinata, affronto la vita e il risveglio con gioia ed entusiasmo. D’altronde, se funzionava con Heidi che dormiva su un letto di paglia in una soffitta gelata, perché non dovrebbe funzionare con me? 

Il pezzo forte di questo hotel poi è la Spa. Un percorso relax infinito che si snoda principalmente nelle saune, che sono circa ha una decina.  

Grande protagonista di questo angolo di paradiso è il sudore, per noi plebei, sinonimo di fastidio, anche negli aggettivi: acido, puzzolente, marcio. Il sudore freddo della morte, le ascelle pezzate delle camicie, quello della fronte che simboleggia la fatica del lavoro e il sudore delle vampate della menopausa. Qui, invece il sudore è un valore aggiunto che ti fanno pagare a peso d’oro, grazie a parole evocative, come depurazione, relax, rinnovamento del sistema immunitario, benessere, bellezza e sensualità. Sudare non è mai stato così piacevole e lo slogan “più sudi, più sai di fresco”, trova il suo habitat naturale.

Le saune si trovano nelle segrete dell’hotel. Ce ne sono per tutti i gusti, dal bagno turco alle grotte di vapore, dove signori e signore dall’accento tedesco sembrano fare rituali magici sventolando asciugamani intrisi di olii essenziali. Sulla porta d’ingresso la scritta “Forbidden” mi ricorda quella che si trova sotto i finestrini dei treni. È assolutamente vietato entrare nelle saune con il costume. Area naturista. Dopo un attimo di smarrimento, pensiamo di fregarcene e di entrare con il costume, tanto chi se ne accorgerà? Stiamo per farlo, quando la porta si apre ed esce una signora che impugna una scopa (ma non è la befana perché ha una crestina bianca in testa). Provo a balbettare in inglese se posso entrare con il bikini. La signora agita il dito per dire no. Col cazzo che entro nuda, urlo al mio fidanzato, che sghignazza divertito. Hitler in gonnella è irremovibile e osa sfidarci buttandola sulla discriminazione e sul comune senso del pudore. Perché avete problemi a mettervi a nudo o con i nudisti? Bastarda. Orgoglio e pregiudizio. Certo che no, rispondo piccata. Sono una donna moderna e per dimostraglielo, mi sfilo il costume e glielo sventolo in faccia, poi in modo spavaldo, entriamo. Varcata la soglia, ai nostri occhi si presenta un’orda di stranieri a palle all’aria. Uomini e donne nudi e poi noi due, che sembriamo carbonari fasciati da un telo di spugna, in un angolo, a testa bassa. Dopo un iniziale imbarazzo alziamo lo sguardo e di volta in volta realizziamo che nessuno ci caga, anzi sono tutti felici e rilassati, chissà forse i filtri dell’aria emanano olio essenziale di Marijuana.

Fatto sta che lentamente ci facciamo coraggio e caliamo l’asciugamano anche perché con queste temperature ci stavamo sciogliendo. Non è stato semplice ma ora siamo nudi. È la dura lotta per la sopravvivenza. Una volta tornati in camera mi sento piccina e provinciale, in mezzo a questa civiltà così libera. Mi rifugio nella morbidezza dell’accappatoio bianco e trovo immediato sollievo pensando che lo ruberò prima del check-out, insieme al beauty kit e al set da cucito, di cui non capisco l’utilità. Ve lo immaginate Putin che scopre di avere un buco nei pantaloni, inforca gli occhiali e si mette a rammendare? Negli hotel di lusso, nessun desiderio è impossibile e il genio della lampada che, dietro compenso, lo esaudisce, è il concierge, pertanto l’unica ragione di esistere, dei set cortesia, è il furto: gli albergatori ne sono consapevoli e lo si capisce dal fatto che a Natale ti inviano pure gli auguri con la scritta “spero di rivederla al più presto nel nostro hotel”.

Ah, quanto mi piace vivere da ricchi. I pasti sono serviti nel gran salone dove uomini in smoking e signore molto eleganti, cenano. Il nostro tavolo è talmente pieno di posate e bicchieri che non so dove appoggiare la borsetta, finta Prada, acquistata al mercato del Forte. Seduto al tavolo vicino, un signore con il papillon alza il calice per salutarci. Stasera è tutto impomatato ma ho capito chi è anzi, se dovessi morire ora, è molto probabile che l’ultima immagine che ricorderei è quella delle sue palle ciondoloni come nella canzone “Oh Susanna”, che cantavo intorno al fuoco al campeggio con il prete. 

Io non sono morta ma il mio fidanzato ci è andato vicino quando ha affogato un povero filetto di pesce nel wasabi, una salsa di rafano piccantissima e verde come Hulk, l’eroe dei fumetti nel quale si è, subito dopo, trasformato. Inoltre, per non soffocare si è attaccato al Gewürztraminer, che ha bevuto alla goccia tra lo stupore, ben celato, dei camerieri. Dopo questo incidente, ci siamo goduti quel che resta della sontuosissima cena e per ripulirci la bocca siamo andati nella sala a tema, che stasera è dedicata ai formaggi e dove, al centro, svetta un maestoso cigno di Hemmental. 

La mattina seguente, decidiamo di visitare il paese. Un giro al castello e poi in centro tra i negozietti, dove succede qualcosa di strano. Nessuno è gentile e sorridente con noi, anzi siamo guardati con sospetto se non addirittura pedinati tra gli scaffali. Una cosa così, mi era successa solo a Londra nei negozi griffati di Bond street. Non capisco, siamo vestiti in modo sportivo ma non siamo dei ladri, a parte i set di cortesia nascosti in valigia a cui aggiungeremo pantofole e accappatoio all’ultimo tuffo. Decidiamo così di tornarcene alla nostra malga e affogare il dispiacere in una tisana alle erbe di montagna. Le giornate passano leggere tra saune, nuotate tra le tante piscine di cui una, con vasca a sfioro panoramica, riscaldata interna e esterna. Il solarium, dove si può oziare sdraiati su comodissimi lettini ammirando il panorama sotto il tepore di una coperta riscaldata, che gli addetti ti rimboccano con la stessa dolcezza del viso che aveva tua madre quando stavi male.

Siamo quasi alla fine della vacanza purtroppo. Oggi è il 31 di ottobre ma invece del dolcetto e scherzetto, abbiamo festeggiato Halloween bevendo bollicine immersi nella Jacuzzi rotonda esterna. Siamo solo noi, il cielo e le montagne. Per la serata finale, abbiamo deciso di rimanere nel salone, invece di salire in camera. Alcuni ospiti giocano a scacchi mentre altri, complice l’alcool a fiumi, scoppiano in fragorose risate. Noi ci stiamo annoiando ma poi si avvicina un tipo sulla settantina e attacca bottone. Esaltati da questa botta di vita, conversiamo in inglese con questo signore, che dopo pochi convenevoli ci chiede come possiamo permetterci un posto simile. Incuriosito, cerca di capire se siamo i rampolli di una famiglia a lui sconosciuta. Lo lasciamo annaspare nei suoi dubbi, poi lo liquidiamo con la scusa che si è fatto tardi e dobbiamo andare, neanche fossimo Cenerentola, anche se tra i servizi che l’hotel mette a disposizione c’è anche un’escursione notturna in carrozza. Abbiamo taciuto al vecchietto infame che l’unico motivo per cui ci siamo potuti permettere tutto questo è San Google. Infatti, quando abbiamo digitato: vacanze da sogno a prezzi stracciati, l’algoritmo, invece di risponderci: va a lavurà barbun, ci ha fatto la grazia, tirando fuori dal cilindro quest’offerta. Ultima camera, unica settimana, unica chance. 

Il viaggio di ritorno è stato silenzioso. Il giorno seguente, abbiamo reso omaggio alla festa dei morti aggirandoci come zombie per le strade. Raccontiamo agli amici la nostra mitica vacanza alternando entusiasmo a un velo di tristezza, lo stesso che hanno gli occhi dei vecchi quando parlano della loro gioventù. La sera che precede il rientro a lavoro la passiamo a luci basse e in silenzio, sembra una veglia funebre. Non è stato facile tornare alla vita normale. La depressione post vacanza è durata un po’ e ogni occasione ci ricordava la vacanza. Il mio fidanzato, nonostante vada in giro con la t-shirt degli AC-DC, sono convinta che segretamente abbia pure pianto per la nostalgia.

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