La stanza 39

Di Simona Bogani
L’aria della notte in ottobre a Viareggio è mite, addolcita dallo strascico di calore che le onde hanno conservato dall’estate, come il “Sol” del campanellino alla reception.

Il portiere mostra il sorriso esperto, aggiusta la cravatta e allarga le braccia in un gesto che mette Luciano a proprio agio, mentre appoggia la carta d’identità sul bancone. 

– Buonasera, ho prenotato una stanza con vista mare. Sono Tivoli, Luciano Tivoli. 

– Sì, certo, le abbiamo riservato la 39. Vuole che la faccia accompagnare? Ha bagaglio? 

– No, grazie. –

– Se desidera la colazione in camera dovrebbe dirmelo ora. 

Luciano conferma. Lascia cadere la chiave nella tasca e si volta verso l’ascensore. La salita rende il tempo sospeso e le immagini ferme nei giorni passati. Anche il suo volto è fermo, soltanto le lacrime sgorgano nel rispetto del presente.

La stanza scura annulla le sue forme per lasciare protagonista il mare, dilatato verso l’orizzonte a creare il senso d’infinito. Il cerchio luminoso popolato da ombre chiare e scure, con l’ironia della maschera, si mostra indifferente al cospetto del tempo e dei dolori, dei quali ne conosce i limiti e i sistemi.

– Dio, questo mare! Mi trascinasse via! Lontano da questa vita…

Si accascia accolto dalla poltrona di vimini e con le mani incrociate sul cuore si addormenta cullato dal movimento del mare. 

– Francesco aspetta, dammi la mano…aspettami. 

Le stelle ci indicano la strada. Ti volti, mi sorridi. Sorridono i tuoi occhi, quasi volessero sfidarmi in quel mondo privo di spazio e di tempo.

Ancora mi guardi e sorridi mentre apri lo zaino e lasci cadere nelle mie mani pezzi della tua vita: l’orsacchiotto, la chitarra, le caramelle gommose, le novelle di Calvino, la maglietta dei Queen, il chiodo e via via tutto ciò che è inutile per il tuo viaggio.

Goccioline di pioggia mi coprono il viso, lasci la mia mano

piena di te. Non ti sento più, non ti vedo. Mi sveglio.

 

Luciano trova riparo in quella stanza anonima, senza memoria.

Anestetizzato tra le lenzuola senza profumi ricerca ancora il sogno. Con disperazione, quel sogno.

Il riflesso di qualche raggio di sole e il bussare discreto riportano alla vita. Luciano fissa la porta, per qualche attimo senza coscienza. Ancora due battiti.

– Arrivo. 

– Buongiorno signore, la colazione. 

– Buongiorno, può appoggiare in terrazza per favore? 

Il cameriere scivola via silenzioso, come il rasoio che senza ferire ricrea ordine sul volto di Luciano. Con i soliti gesti pettina i folti capelli grigi senza incontrare lo sguardo, mentre il suono dei Blink irrompe nella stanza: “I miss you”, la canzone preferita di Francesco.

– Sara…

– Come stai… Dove sei? 

– Sono a Viareggio… torno stasera. 

– Potevi lasciar perdere il lavoro. Ho bisogno di te…

Il rombo di una moto nella strada e l’immagine di Francesco accasciato sull’asfalto.

– Sara, Sara non so come fare… non credo che ce la farò…

Luciano getta il telefono nella borsa e corre via dentro la scatola di metallo dove il tempo si ferma: piange.

Ancora un “Sol” per avvisare il portiere. Nella stanza di fronte una ragazza spalma la marmellata sul pane: come faceva Francesco. Accanto, un signore dai capelli bianchi mostra la schiena curva sul quotidiano, al quale ha concesso ogni spazio sul tavolo, relegando il caffè fumante nell’angolo alla sua sinistra. Come se la consapevolezza degli eventi potesse in qualche modo cambiarli.  

– Tenga signore, il conto e i documenti, faccia buon viaggio. 

– Grazie, arrivederci. 

La foto con la sua espressione felice riprende posto nel portafogli, chiusa, nascosta a conservare un sorriso che non si 

ripeterà.

Scesi i gradini del Palace, si incammina assorto dentro il garrire dei gabbiani, dimentico della stanza 39, che conserverà i sogni e le cose di Francesco lasciate cadere lì nel buio, trasportate dal suono del mare, in soccorso di chi come suo padre, potrebbe un giorno cercare in quello spazio un modo per colmare una mancanza.

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