La numero 23

Di Giovanni Cagna
Ero stato assunto un mese dopo di lei e il mio ingresso in ufficio non era stato per nulla trionfale. Zoppicavo sopra una caviglia slogata e un odore di impiastro lenitivo passava dalla fasciatura levando il fiato a chi mi stava vicino. Dopo un paio di mesi la caviglia guarì. E dopo un anno lei cominciò a starmi vicino e a dirmi che il mio odore non era più così male. L’unica cosa che andava male era che nel frattempo lei aveva sposato un altro e io stavo mandando all’aria il secondo matrimonio. Alla fine, abbiamo deciso di vederci sempre qui, nella matrimoniale numero 23 del Grande Albergo Sopra il Mare, ogni due venerdì del mese. Pensando di essere gli unici ad avere il diritto di prendersi la parte migliore della vita dopo averla già promessa a un altro. 

Ho letto da qualche parte che le bugie sono come le foglie di un acero, reggono una stagione, poi diventano rosse e cadono giù tutte insieme. Le mie non ressero nemmeno una stagione. Lei preferì farle cadere prima. Il suo matrimonio era diventato più importante di una matrimoniale, o forse meno dispendioso. Tutto più difficile da spiegare. I figli suoi, i miei, il mutuo, le parole date. E così ci ritrovammo nello stesso ufficio a evitare di guardarci, e a sorridere ai clienti come si sorride in una foto di gruppo dove nessuno ti vuole. Nemmeno tu. 

Poi in ufficio i clienti sono finiti, i matrimoni anche. Sono cominciate ad arrivare lettere di licenziamento e telefonate che annunciavano rosari il venerdì sera, e funerali di sabato. Un padre, una madre, qualche vecchio amico. Quello che succede a tutti, quello che pensi a te non debba succedere mai. Forse per questo ho rimesso in piedi il secondo matrimonio. E il sorriso nelle foto di gruppo non mi ha infastidito quasi più.

 Sabato mattina mi ha telefonato. Quando ho visto il suo numero ho pensato di non essere più in tempo per un rosario, solo per il funerale. Ma ormai anche quelli sono quasi tutti finiti, in attesa che i nostri figli telefonino agli amici quando avremo raggiunto l’età dei nostri padri. Stavo leggendo un libro di Potock dedicato al figlio prodigio di un rabbino, destinato a diventare, per investitura paterna, la guida spirituale della sua comunità e a rifiutarsi di farlo per vivere un altro destino.
«Mi piacerebbe vederti.»
Ho posato il libro, mi sono passato una mano sulla faccia.
«Come stai?» «Sto bene, mi piacerebbe vederti.» 

L’orologio dell’ingresso continuava a scandire il silenzio che ho lasciato passere prima di rispondere.
«Non ci vediamo da quanto, tre anni?»
Dentro un sospiro disarmato mi ha detto che lo sapeva. Che sapeva tutto. Che sapevo tutto anche io. Sono rimasto col telefono stretto nella mano e lo sguardo fisso sulla copertina del libro, fino a quando non mi è parso che il ragazzo inquadrato di spalle nella foto si voltasse per fissarmi anche lui. Che destino vuoi? 

Nella stanza 23 del Grande Albergo Sopra il Mare non è cambiato niente. Stessi mobili che ricordano Puccini, e fanno venir voglia di mettersi lo sparato, la bombetta, e l’ascot in tinta col paltò. Ho lasciato al concierge documento e carta di credito e ho avvisato che aspetto una signora, di farla salire subito, appena arriva. Non disturbare. A casa ho detto che dovevo andare a un corso di formazione, un’altra foglia ad arrossire sull’albero delle bugie. All’ora di pranzo mi faccio portare un toast e un bicchiere di bianco, l’unico cibo che riesco a buttare giù continuando a guardare l‘orologio e a spostare oggetti che cominciano a guardarmi come se fossi diventato uno di loro. La poltrona dove lei buttava la borsa, il vaso di fiori finto cinese che non sopportava, il telecomando incellofanato con le pile da chiedere alla reception. Ogni due venerdì del mese. Come tre anni fa. 

Nel pomeriggio mi chiama un amico che non vedo più o meno da allora, ma non ho tempo, sono a un corso di formazione, e poi devo lasciare libero il telefono perché aspetto una chiamata e metto giù. Aspetta un attimo, mi dice, ma aspetto anche io, e metto giù. Verso sera la stanza comincia a oscurarsi, si sente il fiato del mare, la guazza che impregna le pareti, e l’odore pesante dei mobili che si mescola al sentore di detersivo per moquettes. Lei dovrebbe essere già qui. Le stesse bugie appese a un albero diverso, ancora una volta.

 La telefonata con mia moglie è peggio di quelle che annunciano un rosario.
«Come va?»
«Bene, tu? Il corso è interessante?»
«Così. Senti ti devo lascare, ché adesso chiamano per la cena. Ciao.» Forse sta per dire qualcosa, ma quando sente che non ho ancora abbassato preferisce abbassare lei. Bussano alla porta, la scusa della cena diventa la voce di un cameriere che mi invita a ordinare qualcosa. Ma io non mangio, grazie; no, non scendo in sala ristorante. Aspetto qui. Alle dieci di sera apro la piccola valigia che ho portato con me e appoggio le mie cose sul letto. Mi chiedo perché non l’abbia fatto prima, stamattina. Perché abbia aspettato fino a ora. Afferro il telefono e faccio il suo numero, ma lei non è raggiungibile. Avrà preferito simulare un guasto al telefono, rendersi irreperibile. Lasciare che la voce di una segreteria mentisse al posto suo. 

Alle undici squilla il telefono della stanza. Vogliono sapere a che ora svegliarmi domattina, e avvisarmi che la stanza deve essere liberata per le 10. Alzo gli occhi sulla pendola da tavolo. Solo adesso mi accorgo che è a forma di carro di Nettuno trascinato dai tritoni. Sono le undici passate. Nettuno, Zeus, tutti figli di Kronos, divorati dal tempo e rigettati nell’Olimpo, o sulla terra, a prendersi gioco dell’uomo. Per invidia, o per noia.
«Ci sono messaggi per me?»
«No signore.»
«Avvisatemi a qualsiasi ora.»
«Certo signore, ma… per la stanza… domani…»
«Avete la mia carta di credito.»
Mi alzo dal letto, sposto ancora il vaso finto cinese di qualche millimetro. Faccio qualche passo verso la porta, poi verso la finestra che dà sulla terrazza. Apro le tende. Vorrà vedere la luce accesa. Forse ha avuto un contrattempo, forse un’emergenza, un guaio con i figli. Lascerò la luce accesa tutta la notte. Stanza numero 23. Mai vista una notte così. Ma preferisco non uscire sul balcone. Preferisco restare dietro i vetri. Trattenere in questa stanza il senso della sua attesa: rinunciare a tutto quello che potrei fare fuori per ricevere il premio di averla di nuovo qui. Forse usciremo dopo, io e lei. Cammineremo insieme lungo questa passeggiata sul mare dove i secoli sembrano godersi il cielo stellato da quando il cielo non c’era ancora. Da quando tutto c’era già. Bussano alla porta, provano a infilare una chiave. Corro per aprire ma una voce strozzata mi blocca i piedi a due passi dalla soglia.
«Che fai, non è questa…!»
La donna che ha soffocato un rimprovero, adesso ride piano, sembra giovane. È giovane anche la risata soffocata di lui. Chissà se hanno bisogno di qualche bugia. Se ne vanno, è tardi. Il viale davanti al mare è deserto. Le palme si godono qualche colpo di maestrale. Sarà stato un contrattempo. Meglio sdraiarsi sul letto e leggere un po’. Mi chino per prendere il libro di Potock, mi stendo e leggo qualche riga. Ogni tanto guardo l’orologio sopra il carro di Nettuno dove il tempo scorre senza andare da nessuna parte. 

Aspetto, leggo. La mattina bussano alla porta per fare la stanza. Apro gli occhi, la luce è ancora accesa, il libro è per terra. Dico che non sono pronto, che alla reception hanno la mia carta di credito. Non esco, aspettino ancora. Anche loro. A pranzo mi faccio portare un piatto di spaghetti “sopra il mare” e il solito bicchiere di bianco. Bussano di nuovo, nel pomeriggio. La stanza è proprio da rifare, la moquette da pulire col detersivo che stasera saprà di guazza di secoli e di asciugamani tornati dalla lavanderia. Resto in piedi in mezzo alla stanza controllando il telefono e schivando scope elettriche e donne delle pulizie. Nessun messaggio, nessuna chiamata. Irraggiungibile. Nessuno. Verso le otto di sera finisco il libro. Chiamo la reception, ma non risponde nessuno. Bussano per la cena, non ho fame. Richiamo la reception ma mi sanno solo chiedere se resto anche domani. Sì, resto. Dicono qualcosa sulla stanza che forse dovrei cambiare. Ma io non cambio nessuna stanza. Quando arriva la signora mandatela qui, alla 23. 

La notte è una seconda ondata di secoli che passeggiano sul lungomare davanti a me. Ma il mare non si sente. Si sente solo il freddo delle stelle che pungono il cielo con infiniti bagliori di tempo. Bussano ancora, è di nuovo giorno. Bussano fino a sera. Squilla il telefono della stanza, squilla il mio telefono. La reception, un amico, forse un funerale. Bussano, ma io non esco, devo aspettare. Per un giorno non sento più nessuno, nemmeno di sera, nemmeno le macchine che passano piano lungo la passeggiata. Nemmeno il mare. Poi ricominciano. La stanza da rifare, la colazione, il pranzo, la cena. Bussano ancora, più forte. La carta di credito non ha copertura, la banca conferma, il mio ufficio è chiuso, i clienti dell’albergo cominciano a lamentarsi, e quelli che avevo io non ci sono più. Bussano, bussano e io non rispondo. 

Aspetto. Bussano. Non è lei. E non sono più io.

 

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