La stanza non mi piace.

E pensare che neanche ci volevo venire io, qui. 

Mi hanno convinto soprattutto gli amici, i colleghi e ce l’hanno fatta, però di fatica e parole ne hanno dovute macinare parecchie per farmi accettare questa trasferta. Prendila per quello che è, un trampolino di lancio molto impegnativo, prestigioso, il più importante, dicevano, vedrai che dopo nulla sarà più come adesso, che la tua vita cambierà, vedrai vedrai.

Avevano ragione. 

Adesso mi rendo conto di quanto fossero vere quelle parole. 

Quando la signorina Novelli, la mia insegnante, mi prese con sé per aiutarmi a studiare stavo finendo le scuole superiori e sapevo, senza il coraggio di ammetterlo, che studiare non era la mia strada, ma non avevo ancora capito dove andare. Fu proprio quella giovane donna, poco più grande di me, a intuire quale fosse la mia vocazione e me lo disse con una semplicità tale da lasciarmi senza parole, perché non c’era da aggiungere altro.

Parlò in più occasioni con la mia famiglia, soprattutto con mia madre che mi immaginava già ingegnere, io che stavo sempre un passo indietro rispetto agli altri, io che non avevo mai conosciuto mio padre, io che non parlavo mai, io, suo figlio Luigi. Laureato, dottore, professore, avrei riscattato in un colpo solo la sua vita, sottomessa per anni ai “sissignora” in case altrui, la mia e anche quella di mio fratello.

Così, quel giorno di inizio estate sulle colline di Recco, una ragazza aveva distrutto i sogni di mia madre e nello stesso istante costruito in me quello che non avevo mai avuto il coraggio nemmeno di pensare. 

È un talento naturale, non deve essere ignorato, sarebbe un sacrilegio, disse, inoltre quella di Luigi è una passione troppo grande che viene da lontano, lasciategliela coltivare.

Lei aveva capito che dovevo a tutti i costi studiare la musica, ecco cosa dovevo fare, studiare e scrivere i testi per le mie canzoni, insomma, dedicarmi solo a quello. 

Ascoltò in silenzio, mia madre, seduta scomoda sulla sedia impagliata della cucina, la bocca ridotta a un taglio e le lacrime trattenute a forza dentro gli occhi com’era abituata a fare, io pure rimasi in silenzio, appoggiato allo stipite della porta, le braccia conserte, la testa bassa mentre la guardavo, povera donna, ancora non sapeva che quelli erano solo i suoi primi dispiaceri per me.

Cominciai subito a studiare il pianoforte, il clarinetto, il sassofono per cui provai una simpatia sorprendente, e la chitarra; riconobbi che l’innamoramento verso le note musicali era il gancio che la vita mi lanciava e così mi ci aggrappai con tutta la forza che avevo.

E ora sono arrivato qui, nella stanzetta che mi hanno assegnato e che non fa parte del corpo di questo elegante hotel. 

Non mi hanno spiegato niente, con quelli come me non parlano, mi hanno subito consegnato una chiave con un portachiavi di legno pesante come il macigno che avevo sul petto, e proprio mentre mi stavo perdendo dentro il pulviscolo sospeso sulla scalinata, una voce si è avvicinata al mio orecchio e ha sibilato: “La 219 è da questa parte del corridoio”.

Ho alzato le sopracciglia perché la parola “corridoio” per indicare un pertugio a fianco della reception mi era sembrata carica di ironia, poteva quasi essere divertente, se non fossi stato io il protagonista di quella situazione. Mi sono incamminato verso quella specie di buco con un soffitto che a guardarlo pareva farsi sempre più basso, sempre più basso fino a infilarsi dentro una ridicola vetrata che si apriva sul retro del parco. 

Un cunicolo con due porte e una era quella della mia camera, l’altra, forse, un ripostiglio. Ho scoperto così che mi avevano sistemato in una zona defilata dell’hotel, quella che loro chiamano “dependance”, una bella parola francese verniciata di fresco per nascondere una verità rugginosa: stanza di seconda categoria.

Ero lontano da tutti gli altri e non mi dispiaceva; la confusione, le parole sprecate, l’ansia dell’attesa, i discorsi di convenienza, le interviste, la televisione, gli abiti eleganti, i parrucconi cotonati, le risatine isteriche, tutto quel carrozzone mi annoiava e mi faceva sentire ancora di più un corpo estraneo.

Io sono uno che parla troppo poco e lì, in quella stanzuccia mi sarei appartato in compagnia delle mie convinzioni, ora di vittoria, ora di sconfitta, cullandomi nell’idea che in fondo questa era proprio la vita che volevo.

Chissà chi, il prossimo anno, avrebbe percorso il corridoio con la borsa stretta fra le dita sudate e il tamburo del cuore nel petto, io no di certo, io, abbandonato il marchio di esordiente avrei ritirato la mia chiave leggerissima e sarei scomparso nel pulviscolo d’oro sulle scale.

L’altro ieri, appena sceso alla stazione, la luce di questa terra mi è corsa incontro accogliendomi come ha sempre fatto, il vento di Sanremo mi ha abbracciato forte scompigliando questi capelli ancora troppo ribelli per un uomo di quasi trent’anni. Ho chiesto al tassista di lasciarmi un po’ prima dell’ingresso del Savoy, avevo voglia di camminare fra le pietre spaccate al bordo dell’asfalto dove qua e là spuntava l’ortica, le stesse foglie aguzze, lo stesso colore verde vibrante, ci mancava solo la grande magnolia dietro il primo tornante e avrei potuto immaginare di essere ancora là, nel viale a “La Torre”, la mia ultima casa in Liguria con la mamma e Valentino e i miei nipotini.

Un passo dopo l’altro la strada in salita giocava a nascondersi tra le curve, a volte ampie a volte traditrici, ripide o strette e l’inclinazione, che sembrava dolce, in realtà dopo pochi metri ti toglieva il respiro, per poi farsi perdonare e regalarti la vista di un panorama che guariva gli occhi.

Un miscuglio inconfondibile di odori penetravano dentro il cervello e da lì mi riempivano di bellezza e pace tutto il corpo. Poi, all’orizzonte la luce del mare e il sibilo ininterrotto delle sirene, antiche lìgys, in agguato tra i boati sotterranei delle onde lente e potenti di quella costa nervosa. 

Ieri a notte fonda aprendo la finestra della mia camera mi sono ritrovato con lo sguardo ficcato dentro un cortiletto cieco, e solo sporgendomi ho scorto a fatica, ringraziando la luna, un triangolo di ghiaino candido e dispettoso e l’ultima coda rossa dei ciclamini appena piantati nella grande aiola centrale, il mare, però, non lo vedevo.

Stasera.

La sera importante, quella per cui sono venuto qui, quella per cui ho scritto una canzone che parla di me, di chi sono, della mia vita e della vita di tante persone come me. 

Le parole della mia canzone mi rimbalzano nella testa come proiettili, sono paura e ansia, le conosco bene e non riesco quasi mai a tenerle a bada da solo. Salgo sul palco pieno di fiori e lustrini, mi lascio presentare, attendo gli applausi e canto. I pugni stretti e gli occhi quasi sempre chiusi. Stravolgo tutto quello che posso tanto che il direttore d’orchestra è costretto a anticipare e allungare disperatamente i tempi musicali per adeguarsi ai miei, che ormai non seguono più alcuna regola, ma io non sento più niente, non voglio vedere nessuno. Ho già capito.

Crollo ancora prima di sapere che io e la mia canzone siamo stati eliminati. Via, a casa. Fine.

Gli altri perdenti come me hanno voglia brindare lo stesso, che vuoi che sia, ci riproveremo il prossimo anno, non prendertela, vedrai che la radio la passerà ugualmente e in ogni caso, Luigi, la tua non era una canzone adatta al Festival di Sanremo.

Eccola, è arrivata anche la frase maledetta, quella che stavo aspettando per andare via e lasciarmi tutto alle spalle. Voglio solo tornare all’hotel, camminare nel silenzio della luna su quella strada con le ortiche e sperare di vedere la magnolia, invece qualcuno esce dal buio, mi prende sottobraccio e mi porta al mare.

È notte. E’ tardi. Il mare a quest’ora non si vede. Perché stiamo andando là. Lasciatemi stare.

Basta poco per farmi salire sull’auto, il bruciore alla guancia e il dolore di mille aghi dentro l’occhio sinistro arrivano, convincenti, in un attimo.

Il mare ci guarda, fermo e nero come la giacca che il sarto mi aveva cucito su misura e che adesso viene strattonata, nero come i miei calzoni nuovi, come le mie scarpe che si stanno riempiendo di sabbia, nero come la pistola che mi puntano alla tempia. 

Nero come quello che vedo un secondo dopo, poi più nulla.

Mi sistemano con accuratezza, anche troppa, sul pavimento della 219, una regia sublime mi vuole sdraiato tra il bordo del letto e il cassettone, ma il tocco del genio sono stati i miei piedi che qualcuno incastra sotto il mobile, come voler apporre una firma a quel capolavoro di plasticità, come a voler lasciare un dubbio per sempre.

Mi appoggiano la testa sopra un tappeto i cui fiori scoloriti all’improvviso sbocciano tingendosi di un rosso mai conosciuto.

Mi lasciano solo. Poi il grido di un’amica che spacca in mille parti il mattino del 27 gennaio 1967.

La 219 da quella volta non è stata mai più assegnata, la gente, si sa, è superstiziosa, costruisce castelli di cattiveria e sfiducia contro le persone, figuriamoci contro un luogo indifeso.

L’elegante hotel Savoy si è spento piano piano fino a scomparire per sempre.

Io no. 

Io da quella sera sono diventato Luigi Tenco.