In albergo

Di Raffaella Valles

Partiti da Francoforte in tarda mattinata, giungemmo a Washington DC nel pomeriggio. Da Genova in auto per Linate eravamo in tre: il nostro grande capo, familiarmente chiamato GB, io, da poco nominata responsabile del mio reparto e Carlo, anche lui da poco nominato dirigente.

Eravamo un gruppetto molto affiatato, colleghi da lunga data e mai perdevamo l’occasione per passare qualche ora di buonumore.

Non era la prima volta che alloggiavamo all’hotel Madison, ci eravamo già stati diverse volte: in qualche modo ci sentivamo un po’ a casa, quando entravamo in quella sontuosa hall.

In cima alla spirale dello scalone centrale, era appeso un lampadario a gocce di cristallo, che pendeva sopra un raro e antico tavolino cinese laccato in nero e decorato con inserti oro e porcellana. Arredi e boiseries stile Luigi XVI, quadri d’autore alle pareti illuminati da lampade affinché ricevessero la luce giusta per essere valorizzati, comodi divani e poltrone su morbidi tappeti. Eravamo lì per un’importante mostra che illustrava l’attività strategica dell’azienda, i grandi sistemi per la difesa.

L’albergo si trovava all’incrocio fra le strade Quindicesima e Madison; su quest’ultima si trovava anche il nostro ufficio di rappresentanza. E con una breve passeggiata si potevano raggiungere la Constitution Avenue, e i monumenti: l’Obelisco, la Casa Bianca, il Campidoglio, il Lincoln Memorial e il Jefferson Memorial.

All’uscita dall’aeroporto internazionale Dulles attendevano due limousine; la prima era per un neo ambasciatore di un paese africano con la moglie e la seconda, mandata dal nostro ufficio di rappresentanza, era per noi. Non c’erano le nostre valigie: la teutonica Lufthansa le aveva lasciate a Francoforte ma, già durante il volo, almeno noi passeggeri di prima classe eravamo stati avvisati. Meno male che in fatto di viaggi intercontinentali non eravamo dei novellini e avevamo fatta nostra la regola d’oro dei viaggiatori: stipare il più possibile del necessario nel bagaglio a mano fino al limite del peso o delle dimensioni consentite. 

In aeroporto ci avevano detto che i bagagli sarebbero giunti con  il volo dell’indomani. Dall’albergo telefonarono all’assistenza passeggeri dell’aeroporto, da dove risposero che bastava che un dipendente dell’albergo si presentasse a sdoganarli.

Altra sorpresa fu l’assegnazione delle camere: ci ritrovammo in lussuose suite al quindicesimo piano, quello dei VIP e anche quello riservato ad agenti non meglio identificabili, di un certo servizio segreto che non nominiamo ma che osservava la vicina Casa Bianca e il vicino Campidoglio. Forse ci credevano al seguito dell’ambasciatore.

In camera trovai una corbeille di fiori, il secchiello con champagne in ghiaccio e due calici, un bel gadget, un medaglione in ottone con incisi un calendario sul verso e l’immagine di James e Dolley Madison sul recto.

Trascorremmo la sera a cena, vestiti con quello che avevamo, quindi ci trasferimmo nella hall per sorseggiare un long drink e commentare l’accaduto. Certo che gli addetti della compagnia potevano essere più flessibili: dato che le valigie erano state sbarcate sotto l’aereo, non ci voleva tanta fantasia per farcele riconoscere e imbarcarle sull’altro, che peraltro era vicino. No, tedeschi col chiodo in testa. Angela, la moglie dell’ammiraglio già Capo di Stato Maggiore della Marina e ora presidente dell’azienda, era preoccupata per le medicine che le erano necessarie, mentre il marito ci intrattenne, piacevolmente e con notevole senso dell’umorismo, su un suo intervento chirurgico all’ospedale militare del Celio. Vinti dalla stanchezza, a cui si erano aggiunti sei fusi orari, ci ritirammo nei nostri alloggi.

L’indomani mattina ci ritrovammo tutti a colazione: noi scendevamo nel salone, ma chi lo desiderava poteva consumarla in discreti salottini con buffet ubicati ai diversi piani.

Mentre i signori del nostro gruppo erano andati alla sala dell’esposizione ad assistere ai lavori di allestimento della mostra, noi signore ci recammo a fare un po’ di compere nei dintorni di Washington, tanto di più non si poteva fare.

Il vecchio silurificio di Georgetown, sulla riva del Potomac, era stato riconvertito in mostra mercato dell’artigianato dei nativi: c’era veramente da sbizzarrirsi. Nel pomeriggio arrivarono i nostri bagagli e finalmente potevamo cambiarci d’abito e presentarci a cena in modo decente.

In serata arrivarono anche altri due ospiti illustri, ovvero amministratore delegato e signora. Ora eravamo tutti al gran completo.

Si avvicinava il giorno dell’inaugurazione, che sarebbe stata seguita da un ricevimento ufficiale dell’Ambasciata Italiana. Ci recammo tutti alla sala della mostra, dove i lavori procedevano a ritmo serrato: un’immagine di potenza che testimoniava la meritata fama internazionale della nostra azienda. 

Una sera poi venimmo invitati a cena da Giuseppe, il direttore dell’ufficio di rappresentanza, presenti anche il corrispondente da Washington de “La Nazione” con sua moglie. Era una graziosa villetta fuori dal centro in Walnut Avenue, dove al mattino si affacciavano sulla vetrata della cucina scoiattolini in cerca di noci e orsetti lavatori che chiedevano un po’ di frutta fresca. Quanti scoiattolini fotografai in quei parchi, con la loro coda più grande del resto del corpo. A uno diedi una caramella: con le sue zampine la scartò, la annusò e andò a sotterrarla alla base del suo albero. Impensabile nelle nostre città.

Durante la cena GB, rivolgendosi a Carlo, disse indicandomi:

“A proposito di domani sera, hanno impinguinato anche lei.”

“Cosa?”

“Sì, sei stata invitata anche tu al ricevimento.”

“Oh mamma, e che cosa mi metto? Beh, qualcosa in valigia ce l’ho, una gonna di seta nera con una camicetta bianco perla, non so se può andare bene”.

“Temo di no” intervenne Daniela, la moglie di Giuseppe. “Qui hanno la mania del lungo. Facciamo così, domani mattina vengo a prenderti in albergo e ti accompagno dove possiamo trovare qualche cosa di più adatto.”

Invitata a un ricevimento ufficiale dell’Ambasciata, questo proprio non me lo sarei mai aspettato. Ero eccitata, euforica, quante cose da raccontare al mio ritorno!

Con Daniela sulla berlina nera di rappresentanza andammo da Macy’s Fifth Avenue, dove la commessa mi propose un completo da sera, molto sobrio ed elegante, anzi “simple and sophisticated”, che riscosse subito l’approvazione di Daniela. Targato Oleg Cassini, accessori compresi mi costò la bazzecola di ottocentocinquanta dollari.

Avrei potuto mettere lo scontrino nella trasferta come “spese di rappresentanza”, ma mi rifiutai: quell’abito era mio, e lo avrei indossato memore dell’insegnamento del mio capo: “Il tuo modo di presentarti parla di te, dell’azienda e della posizione che vi occupi. Non sfigurare mai.” Con la sacca porta-abiti feci il mio trionfale ingresso al Madison, accolta dai sorrisi di approvazione delle altre signore invitate.

Giunse il grande giorno: al mattino riunione nel nostro ufficio, dove Gina, una delle segretarie, annunciò che le previsioni meteo davano neve in serata, quindi pomeriggio dal coiffeur dell’albergo per acconciatura e manicure. Neve? Era aprile, si era quasi nella Settimana Santa, sul Mall i ciliegi giapponesi erano tutti in fiore, ma a Washington il tempo è molto capriccioso.

Giunsero le limousine per portarci alla Anderson House, dove si svolgeva il ricevimento. Io mi ritrovai in un tavolo d’angolo, con commensali simpatici e una conversazione piacevole, mentre i vip erano ai tavoli centrali con l’ambasciatore Petrignani, capi di Stato Maggiore e ammiragli vari, inclusa una signora bella e elegantissima nella sua uniforme di gala: gonna lunga in seta nera, impeccabile camicetta bianca con cravattino nero, spadino  e un dinner jacket nero con bottoni dorati, galloni e gradi di capitano di vascello. Ancora oggi conservo il segnaposto e il cartoncino del menù  con tanto di stemma della Repubblica Italiana in caratteri dorati.

Quando uscimmo, come previsto, nevicava. Sfidammo il freddo per le foto ricordo di rito, quindi ci rifugiammo al calduccio dell’albergo, dove trascorremmo il resto della serata in una lounge, ancora impinguinati nei nostri abiti da sera, sprofondati in accoglienti poltroncine e divanetti. 

Luci soffuse, candele accese nelle loro bocce di cristallo e bicchieri di pregiato armagnac sui tavolini di mogano, mentre la receptionist, anche lei in nero lungo, si dedicava, neanche tanto velatamente, a corteggiare l’amministratore delegato, invero un bell’uomo, che la moglie ogni tanto tirava per la giacca.

La Domenica delle Palme andammo a messa nella cattedrale di Saint Mattew, dove il reverendo distribuì a tutti un rametto di palma che conservo ancora oggi. Trascorremmo poi gli ultimi giorni a ricevere potenziali clienti alla mostra e a dedicarci agli ultimi acquisti (inclusi tanti regalini per il mio gattino acquistati da Paws sulla Wisconsin Avenue) e a qualche giro turistico alle cascate del Niagara, rigorosamente pagato di tasca nostra.

Giunse il giorno della partenza, era il Giovedì Santo. Avevamo fatto tanti di quegli acquisti che la mattina io GB e Carlo facemmo il giro delle nostre camere a sederci sulle valigie per riuscire a chiuderle: io e Carlo su quella di GB, GB e Carlo sulla mia e io e Carlo su quella di GB. Pranzammo al prestigioso Jockey Club, quindi nel pomeriggio la berlina di rappresentanza ci condusse all’aeroporto internazionale Dulles dove ci imbarcammo per il lungo viaggio di ritorno.

Durante la salita dell’aereo verso la sua quota assegnata rivedemmo, purtroppo per l’ultima volta Washington con i suoi monumenti e, soprattutto, l’hotel Madison, dove tante volte eravamo stati e che per noi, ormai, era quasi diventato “casa”.

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