L’esperienza alla quale avevo deciso di partecipare era decisamente fuori dall’ordinario. Arrivato nella mia stanza, chiusa la porta alle spalle, mi assalì la perplessità. La camera era spoglia, essenziale. Molto luminosa ma austera. Forse era quell’improvvisa solitudine dopo la frenesia dei preparativi; fatto sta che iniziai a chiedermi seriamente se avessi fatto bene a lanciarmi. Avrei resistito? Certo, potevo andarmene prima del termine. Ma non mi sarebbe stata restituita la cifra dell’iscrizione, nemmeno in parte. Il regolamento era chiaro.

Sopra la testata del letto c’era un quadro. Una marina dai colori pallidi, l’acqua di un azzurrino che scoloriva nel bianco, la spiaggia tra il beige e il grigio. Un dipinto affascinante ma un po’ freddo. Sembrava invitare al raccoglimento, come ogni dettaglio in quell’esperienza.

Mi chiesi se la scelta dell’hotel fosse casuale. L’Hotel Lotus. Ricordavo qualcosa dei miei studi classici: i lotofagi non erano quel popolo dell’Odissea che cibandosi di loto dimenticava ogni cosa? Sapevo che il loto non provocava, in realtà, effetti del genere. Come sarebbe stato riuscire davvero a dimenticarsi tutto di sé? Le proprie origini, perfino i propri gusti in fatto di cibo e di abbigliamento? Rinascere nuovi, immemori?

Mi scossi da quelle riflessioni aprendo la valigia e posando sul letto alcuni vestiti. Ero stato scrupoloso nel seguire il dress code indicato: non c’erano loghi evidenti e i colori erano pastello, delicati. Delicato era anche il linguaggio degli organizzatori e dello staff, sui social e di persona. Eppure attorno a quell’iniziativa si erano scatenati accesi dibattiti.

“Stupidaggine per fricchettoni”, “Un modo per spillare soldi alla gente stordita dal caos moderno”, erano solo due delle frasi scritte dai detrattori. Ma il numero massimo di partecipanti era stato raggiunto. Ricordavo le risate dei miei amici in pizzeria, quando avevo manifestato la mia intenzione. Avevo chiuso presto il discorso, ormai sicuro della decisione.

Probabilmente il dibattito nasceva anche da un riferimento degli organizzatori alla pandemia, da poco conclusa. “Durante l’emergenza, soprattutto nei lockdown, abbiamo sperimentato una quotidianità nuova. Una quotidianità di dolore, ma anche una vita in cui qualcosa che credevamo necessario – l’ostentazione, l’ossessivo tentativo di riempire ogni momento “vuoto” del giorno – era di colpo superfluo, superato. Con il nostro evento vi sfidiamo ad alleggerire la mente. Chissà, forse vorrete scappare quanto prima e tornare alle routine di sempre. O forse uscirete cambiati.”

Suonò il telefono. La reception. Confermai che ero nella stanza. Dovevo verificare che anche nel bagno tutto fosse come previsto. Non si sa mai, magari mi avevano dato una camera sbagliata, di quelle “normali”. Aprii la porta. La luce disegnò una lama nel buio del bagno. Premetti l’interruttore. Lo specchio era come doveva essere. Mi fece effetto, lo ammetto. Strisce di un materiale adesivo, forse nastro isolante, lo dividevano in piccoli specchi, in uno strano mosaico. In un riquadro apparivano il mio mento e le mie guance, in un altro la fronte e i capelli. Per vedermi gli occhi dovevo cambiare prospettiva; allora altre parti del volto sparivano. Mancava l’immagine unitaria di me che avevo dallo specchio di casa. 

<< Pronto? È in linea? >>

Sì, risposi, ero sempre lì. Mi accorsi di trovarmi immobile con il ricevitore in mano, a fissare lo specchio. Assicurai che il bagno era come previsto. La receptionist ringraziò e mi salutò.

Trovai un biglietto attaccato allo specchio. Lo presi, esitante. C’era una scritta in caratteri eleganti.

E ora che ti vedi in frammenti/sei sempre lo stesso/o sei solo momenti?

Che voleva dire? Mi assalì un nervosismo crescente e quasi lanciai via il biglietto. Ero entrato in una gabbia di matti, per giunta pagando?

Presi il telefono. Potevo aggiornare i miei e gli amici: pur trovandomi in una situazione bizzarra era tutto ok. Feci per aprire WhatsApp, quando ricordai: era stato bloccato con un’apposita app. Una delle condizioni per aderire all’evento: potevo solo telefonare. Le care, vecchie telefonate che non avevo nessuna voglia di fare. Sì, mi assalì una consapevolezza perfino brutale. Privo dell’abituale comunicazione rapida, che a volte si sbrigava con le emoji, non m’interessava dialogare con il prossimo. Non in quel momento. Me ne accorsi con una chiarezza improvvisa, come quella lama di luce che aveva squarciato il buio del bagno. Mi buttai sul letto. Chiusi gli occhi. Li riaprii, fissai il soffitto. Tra poco sarei sceso nella hall dell’hotel, per ascoltare le indicazioni degli organizzatori. Non avevo potuto interagire con gli altri partecipanti, fino a quel momento. 

Nella hall c’era poca gente, oltre a noi del… ritiro. Del resto la stagione turistica non era davvero iniziata, non ancora. Il nostro gruppetto si riconosceva dall’abbigliamento, con quei colori, quell’assenza di loghi. Mi ero attenuto al dress-code, sì, ma scegliendo comunque alcune delle mie camicie preferite. Eppure, in quel contesto mi entusiasmavano meno. Forse perché ero come gli altri, eravamo tutti uguali? Ma questo non avrebbe dovuto farmi piacere? Invece non mi distinguevo più. Quel mio vestire così classico che qualche amico criticava e altri elogiavano, lì era comune. Le cose erano tornate a essere solo cose.

La testa iniziò ad affollarsi di domande. Vogliamo una vita sociale? Però, allo stesso tempo facciamo di tutto per mettere dei paletti tra noi e gli altri? Per dire “io sono questo, te sei quello”, anche attraverso una camicia, dei gusti musicali, la frequentazione di un locale?

Uno degli organizzatori ci spiegò gli appuntamenti successivi: la meditazione, sia da fermi che in cammino, due incontri teorici sul benessere interiore… l’unico evento che mi impensieriva si sarebbe svolto a breve.

Ascoltate le indicazioni presi il cellulare per scattarmi un selfie nella hall, inquadrando anche i fregi in stile liberty e i dipinti alle pareti. Stavo per postarlo su Instagram, avevo in mente la didascalia: “Selfie meditativo dall’eremo-hotel”. Ricordai però una condizione base dell’esperienza. Anche Instagram era stato bloccato, ma non del tutto vietato. Potevamo postare, ma occorreva che un addetto dello staff sbloccasse il nostro account e digitasse ciò che intendevamo scrivere, per poi bloccarlo di nuovo. Vidi uno dei ragazzi dell’organizzazione, alzai una mano per chiamarlo, mi fermai con il dito a mezz’aria. Lui però se ne accorse.

<< Posso aiutarti? >>

Gli feci un paio di domande sugli incontri di meditazione, domande che avevo inventato lì per lì. In realtà volevo chiedergli di postarmi quel selfie, ma di colpo mi ero sentito un idiota. “Selfie meditativo dall’eremo-hotel”. Che voleva dire? Stavo aderendo allo spirito dell’iniziativa o facevo il buffone? La mia mente volò a chiedersi il senso di tanti selfie. Era come se la nostra presenza fisica in un luogo fosse diventata tutto – ecco, mi vedi? Sono qui. Ma esserci fisicamente vuol dire sempre esserci? 

Incredibile come un semplice passaggio intermedio, dover chiedere aiuto a un altro, mi avesse dissuaso dalla pubblicazione.

Per il resto, entrai nel mood dell’evento. La sessione di meditazione che seguì si rivelò per me la parte più facile, avendo già fatto pratica in passato. Come allora, a volte stentavo a rilassarmi perché emergevano frammenti di ricordi poco piacevoli, poi entravo però in una condizione di distensione profonda. A tratti mi preoccupavo per l’iniziativa che si sarebbe svolta dopo la meditazione: conoscere meglio un componente del gruppo senza parlarci. Proprio così: seduto di fronte a una persona sconosciuta, avrei comunicato scrivendo sullo schermo di un tablet, aspettando poi il suo turno. Che senso aveva?

Oggi, mesi dopo quell’esperienza, ripenso a lei. Cristina, con cui mi trovai a interagire in quella situazione insolita. Ricordo i primi sguardi, i sorrisi imbarazzati. Le prime frasi digitate goffamente, “Ciao, piacere di conoscerti”, “Piacere mio”. Le nostre vite, i nostri mondi svelati delicatamente, digitando sullo schermo. Io, lasciato dalla mia ragazza durante l’ultimo lockdown perché “Questa convivenza h 24 mi ha fatto capire quanto siamo lontani”, io con il mio lavoro poco redditizio, le mie aspirazioni creative. Lei che aveva tentato di imporsi come influencer, arenata in un limbo tra la notorietà e l’anonimato. Cristina aveva deciso di lanciarsi in quell’esperienza per capire se stessa: aveva ancora bisogno della sua vita virtuale?

Le parole sullo schermo creavano un ponte invisibile tra me e lei; era una comunicazione nuova, scrivere, guardare l’altro negli occhi, aspettare che si prendesse il suo tempo. Niente fretta, niente voci che si accavallavano.  

Non era successo null’altro tra noi. Il giorno dopo potevamo di nuovo chiacchierare, l’avevo cercata nella hall. Avevamo parlato della strana esperienza che ci aveva fatto incontrare. Mancava però quella magia di parole sospese nell’aria, di sguardi e sorrisi che chiedono permesso. Ci eravamo scambiati i numeri, visto che quel pomeriggio l’evento si sarebbe concluso.

Non l’ho più risentita. Ha visualizzato i miei messaggi, scrivendo all’inizio “Ci sentiamo più avanti”.

Un’aria pungente mi sferza mentre passeggio nel parco. Porta odori nuovi, preannuncia un cambio di stagione. Cammino avvolto dalle sensazioni, i colori delle foglie, il fruscio del vento. Le pennellate d’oro del sole sulla tavolozza d’ombra. Tutto ha una nitidezza nuova. Poi qualcosa – notifiche dello smartphone, schiamazzi – mi scuote, ed è come se una visione svanisse. Vorrei incontrare di nuovo Cristina. Ma cerco, solo in questo settembre, anche una parte di me che ho intravisto all’Hotel Lotus.