HOTEL LIFE

Di Alessio Carmignani

 Avete presente quelle giornate in cui sembra che il destino abbia deciso per voi?

   Ebbene, io non scorderò mai quella volta in cui mi trovai all’Hotel Life, situato in una località di mare sulla costa toscana. Ero un ragazzo di 36 anni e facevo il rappresentante di condizionatori. Avevo prenotato tre notti in quell’hotel, con arrivo il mercoledì e partenza il sabato, per incontrare alcuni potenziali clienti della zona che mi era stata assegnata. Quella trasferta però, si rivelò fin dall’inizio un disastro totale. Non riuscii a compilare nemmeno un preventivo, benché fosse già tarda primavera, stagione in cui i primi acquirenti chiedono di installare il condizionatore in previsione dell’estate.

   Giunto al venerdì pomeriggio, avevo il morale a terra, al punto che decisi di andarmene anzitempo. Riposi il portatile e i cataloghi nella borsa da lavoro. Infilai in fretta vestiti e quant’altro nella valigia a mano e la chiusi. Feci poi per uscire dalla camera quando all’improvviso mi squillò il telefono. Vidi che era il mio capo e sull’istante imprecai. Solo dopo un lungo sospiro risposi. Gli dissi che non avevo concluso alcun affare, ma cercai di giustificarmi in mille modi. Mugugnò e per fortuna si trattenne dal rimproverarmi, poi però mi tenne per un’ora al telefono parlando di altri incarichi e strategie da adottare.

   Quando riattaccai erano circa le sei del pomeriggio. Uscii di corsa dalla camera. Non aspettai nemmeno l’ascensore, scesi le scale e mi precipitai alla reception. Buttai sul bancone la chiave e annunciai la mia partenza. Dopo qualche attimo di silenzio alzai il capo e vidi le occhiate del receptionist e di una ragazza vicino a me, della cui presenza non mi ero accorto.

   «Due minuti e sono da lei», disse il receptionist.

   «Ma guardi che devo solo andare via», replicai.

   «Signore, la prego» mi fermò di nuovo, «sto facendo il check-in alla signorina».

   Il mio sguardo allora si soffermò su di lei. Mi arrivò anche il suo profumo, che non riuscivo a decifrare. La trovai carina e interessante. Una ragazza che giudicai sui trent’anni o poco più. Capelli biondi, lunghi e un poco mossi, e occhi celesti. Tradii un poco di imbarazzo, mentre lei invece mi guardava come se mi volesse dire: “Mettiti in fila e aspetta, cafone!”. Posai allora la valigia, mi lasciai su la borsa a tracolla e incrociai le braccia in attesa.

   «Stava dicendo?» riprese il receptionist tornando alla ragazza, «ah, già… Lei ha una singola per tutto il weekend vero?»

   «Sì» rispose lei, «andrò via lunedì mattina».

   Il receptionist allora si mise a fissare il monitor del computer che aveva lì a fianco.
   Io intanto stavo tamburellando le mie dita sul bicipite del braccio. Mi accorsi però a un certo punto che la ragazza mi spiava con la coda dell’occhio e si tratteneva dal fare una risata. Mi bloccai perciò all’istante con la vaga sensazione di essere preso in giro.

   «Ecco a lei la chiave della stanza» intervenne il receptionist, «si trova al secondo piano, subito sulla destra».

   «Perfetto, grazie!»

   «Sono spiacente, ma stasera il servizio ristorante non è disponibile a causa di un guasto in cucina».

   «Non importa, grazie, tanto devo uscire a cena con una mia amica».

   Io nel frattempo mi stavo chiedendo se ne avevano ancora per molto con quei convenevoli.
Il receptionist la informò del deposito cauzionale e poi le dette i dati per accedere alla linea internet dell’hotel. Dopodiché, finalmente, la ragazza ripose i documenti nella sua borsetta, si chinò per prendere la valigia e si avviò verso l’ascensore, non senza incrociare il mio sguardo annoiato. Stavolta però nel suo volto non c’era alcun segno di derisione, sembrava solo curiosa di vedere la mia reazione.

   Tornai in me e feci in fretta il check-out. Scesi al piano interrato, adibito a parcheggio, e mi diressi alla mia utilitaria.

   Per un attimo pensai a quella ragazza.

   «Peccato!» commentai ad alta voce all’idea che avrei potuto conoscerla meglio in altre circostanze. Mi apprestavo invece a fare settanta chilometri per tornare a casa dei miei genitori, dove avrei passato il solito weekend incollato alla TV.

   Aprii la bauliera, buttai dentro la valigia, ma prima di richiudere notai su di essa un particolare. Su un fianco aveva un’etichetta che non ci doveva essere. Guardai bene la valigia e come per magia sembrava tornata nuova. L’aprii con delicatezza e davanti ai miei occhi apparvero vestiti a me estranei: una camicetta bianca a fiori, delle ciabatte piccole, scarpe in pelle da donna, mutande in pizzo e reggiseno. Rimasi a dir poco stupefatto. Mi chiesi che fine avesse fatto la mia roba. Poi la mia mente andò a quella ragazza e mi venne da subito il sospetto che avessimo scambiato le valigie. In effetti era uguale, stessa marca, modello e colore nero. Di colpo mi allarmai.

   “Avrà aperto anche lei la mia valigia? Avrà visto le mie cose? Che figura!” pensai. In realtà non avevo niente di compromettente all’interno, eccetto un paio di preservativi e una saponetta rubata nel bagno dell’hotel.

   Cercai in valigia qualcosa che confermasse lo scambio. Lo ammetto ero anche un po’ curioso. C’era un astuccio rosa, dentro al quale aveva delle creme, pillole per il mal di testa e un profumo. Annusai quest’ultimo e mi parve lo stesso, benché fossi stato al suo fianco per pochi minuti. Non mi bastava. Continuai a frugare in valigia e trovai un libro di Kinsella. Sfogliandolo trovai infilata tra le pagine una foto. Ritraeva proprio lei insieme a un’amica, forse quella che doveva incontrare.

   Rimisi tutto a posto, chiusi la valigia e mi incamminai per riportargliela. Nel tragitto mi chiesi anche se lo scambio fosse stato casuale o voluto da lei, ma ritenevo più probabile la prima ipotesi. In tal caso avrei restituito lei anche l’occhiataccia di poco prima. In realtà non ero spazientito, anzi direi quasi divertito e in qualche modo sollevato dal fatto di avere qualcosa che mi trattenesse ancora lì.

   Come entrai nella hall vidi arrivare proprio lei con la valigia in mano. Ci fermammo per un attimo a distanza, ci guardammo, ci capimmo al volo e scattò un sorriso reciproco.

   Mi avvicinai e con atteggiamento ironico le dissi: «Senta, ma lei vuole proprio farmi perdere tempo questa sera…».

   «Ah ah! Spiritoso… Perché ha qualcosa di meglio da fare?»

   «Mmm… Forse sì, o forse no» feci il vago.

   In quell’istante partì la suoneria del suo telefono. La ragazza rispose subito e si mise all’ascolto. Mentre aspettavo lei commentava le parole all’altro capo del telefono con esclamazioni ora di sorpresa, ora di rammarico.

   «Va bene, non importa… Ci risentiamo» concluse prima di riagganciare. «Ah, mi scusi!» fece poi tornando in sé, «tenga la sua valigia».

   La presi dalle sue mani e le restituii la sua.

   «Grazie» disse con un tono più sommesso, «le chiedo scusa di nuovo, sono stata una sbadata». Dopodiché fece un sospiro e crollò esausta a sedere sul divano della hall.

   «Beh… Non si deve colpevolizzare per così poco» le dissi vedendola affranta, «in fondo abbiamo due valigie identiche».

   «Non è per questo» scosse la testa. «Il fatto è che… Dovevo uscire a cena con questa mia amica». Vedendomi ancora lì in silenzio e in attesa, prese fiato e continuò: «ero venuta a trovarla per stare insieme a lei questo weekend dato che si era appena lasciata col suo fidanzato e si sentiva sola… E adesso mi ha chiamato per dirmi che hanno fatto pace e che non ci possiamo più vedere…».

   «Ah, bell’amica!» commentai perplesso.

   «Già… Sono contenta per lei, però alla fine mi ha scaricata».

   «Mi dispiace e adesso cosa farà?»

   «Non lo so davvero… Sono sola e non so nemmeno dove andare a cena, non conosco bene il posto».

   «Capisco» commentai con rammarico.

   Immaginavo il suo stato d’animo, per entrambi non era stata una gran giornata. Poi mi balenò un’idea e in pochi attimi passai dal dispiacere al pensiero di un’occasione che mi si stava presentando su un piatto d’argento.

   «Non vorrei sembrarle inopportuno» ripresi, «ma se gradisce potremmo andare insieme a cena in un posto che conosco, qua vicino».

   «Ah!» esclamò lei sorpresa, «è molto gentile da parte sua, ma non vorrei farle perdere ancora tempo».

   «Non c’è problema» scossi la testa, «ormai non faccio in tempo a tornare a casa prima di cena, quindi tanto vale che rimanga da queste parti».

   Lei ci pensò per una manciata di secondi. «In tal caso allora accetto volentieri!»

   Le vidi così tornare il sorriso sul volto e mi sorpresi ad ammirarlo. Ero raggiante per quella svolta della serata.

   Dopo esserci presentati come si deve, lei salì in camera per cambiarsi e tornò con indosso la camicetta a fiori che già avevo visto nella sua valigia. Andammo così in pizzeria e tra una parola e l’altra facemmo conoscenza.

   Lo so, adesso vi starete immaginando la conclusione della serata. Non è successo niente di particolare, se proprio lo volete sapere. Decisi però di trattenermi per il weekend e così alloggiai altre tre notti nella stessa camera dell’hotel che avevo appena lasciato.

   In pratica ci siamo fatti compagnia in quei giorni: nel pomeriggio uscivamo per fare una passeggiata sul lungomare e la sera andavamo a cena. Per il resto non entro nei dettagli. Vi basti sapere che a distanza di quindici anni viviamo ancora insieme e abbiamo una bella bambina di cinque anni.

   Ancora oggi, ripensando al nostro primo incontro, mi chiedo: ma se il mio capo non mi avesse chiamato al telefono e io fossi partito subito? E se non ci fosse stato lo scambio delle valigie? E se la sua amica non si fosse riconciliata col suo fidanzato e non le avesse dato buca?

   Chissà se tutto avviene per caso o se c’è un destino già scritto. O se siamo soltanto noi stessi a decidere con le nostre azioni. Forse non c’è una risposta universale. E’ la vita che è proprio così, un po’ come la vogliamo e un po’ come viene. 

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