Sì, li conoscevo entrambi, l’onorevole e il benzinaio. Tutti li conoscevano al Grand Hotel e tutti li trattavano con deferenza. Tutti, soprattutto, sapevano cosa li legava. Tutti, tranne me. 

Il Grand Hotel Cala Nera si era meritato un trafiletto su una testata locale per aver ospitato la prima cena elettorale dell’onorevole, allora assessore ai lavori pubblici del Comune, intenzionato a effettuare il grande salto nella politica nazionale. Le sette portate e il metro quadrato di cassata erano stati serviti agli ottanta selezionati invitati nel famoso salone liberty dell’albergo, progettato da un famoso architetto e affacciato sulla mezzaluna di sabbia scura che dava il nome alla cala. Due sfarzosi lampadari a gocce pendevano dall’ampio lucernaio art nouveau; sulle pareti, sinuose appliques ispirate a tralci di vite si alternavano a specchi dalle cornici dorate e a lesene decorate a stucco. Lunghe tovaglie di lino candido avvolgevano i pregiati tavoli rotondi; al centro di ognuno spiccava un candelabro a tre braccia intorno al quale erano disposti con precisione millimetrica piatti di porcellana, posate d’argento e bicchieri di cristallo. Venivo citato anch’io, nel trafiletto, in veste di neo-direttore dell’hotel, chiamato a fare gli onori di casa appena “sbarcato” sull’isola da un non meglio precisato “Nord Italia”. 

Fu proprio in quell’occasione che li vidi per la prima volta insieme, l’onorevole e il benzinaio, ingessati entrambi nel completo buono – blu notte, di pregevole fattura sartoriale e con cravatta in tinta, quello dell’onorevole, color grigio topo, di seta lucida e con cravatta rosa, quello del benzinaio. Saltava agli occhi, il contrasto tra i due, nonostante l’evidente confidenza che li univa; del resto era risaputo che, per lavoro o per svago, politici di spicco e più modesti ‘imprenditori’ locali si riunivano spesso negli eleganti saloncini del Cala Nera. Che poi l’hotel offrisse la cena elettorale andava considerato un generoso regalo all’onorevole, sempre prodigo di favori verso gli amici, come aveva assicurato lo stesso protagonista della serata, prima di stringermi la mano per congedarsi e ringraziarmi dell’impeccabile organizzazione. Ci saremmo rivisti presto, aveva promesso.

Il benzinaio l’avevo conosciuto pochi giorni dopo il mio arrivo. “Bisogna che lei lo vada a salutare, dottore”, si raccomandavano tutti, e le mie richieste di chiarimenti venivano eluse garantendo che era una persona graziosa. Alla fine avevo ceduto e durante una pausa pomeridiana ero andato al distributore – non lontano dal Cala Nera – accontentando così il ragioniere dell’hotel che fremeva di fare le tanto attese presentazioni. 

A servire i clienti avevamo trovato un picciotteddu, sguardo scaltro e accenno di baffetti da duro a nascondere i suoi quindici anni. La scuola non era cosa sua, si era affrettato a spiegare il mio accompagnatore, e quel lavoro, seppure al nero, l’aveva salvato dall’imboccare la strada del padre che entrava e usciva dalla galera. 

Il titolare, un cinquantenne tarchiato, occhi da normanno a illuminare un viso cotto dal sole, stava seduto nel gabbiotto accanto alle due pompe, intento a fumare e ad ascoltare musica melodica da una vecchia radiolina. La poderosa stretta di mano era stata accompagnata da una sequela di elogi al Grand Hotel, la cui direzione dovevo ritenere un immenso onore, visto che dava lustro a un quartiere noto in precedenza solo per spiacevoli fatti di cronaca. Mi aveva raccontato che l’edificio era stato rimodernato dalla ditta di un suo carissimo amico durante il boom edilizio in città, il che ai suoi occhi lo rendeva simile a un figlio da proteggere. A quel punto aveva domandato delle mie origini forestiere, apprezzando il coraggio di aver lasciato la direzione di un piccolo albergo in collina per affrontare la gestione di una struttura molto più grande, distante oltre mille chilometri da casa. Si era poi meravigliato che a trent’anni non avessi ancora moglie e figli – lui che alla mia età era già sposato e di figli ne aveva tre – e mi aveva augurato di trovare presto una fidanzata – “magari ‘na bedda picciotta di qua”, aveva aggiunto, ammiccando e dandomi di gomito come a un vecchio amico. Prima di salutarci mi aveva esortato a godere del clima meraviglioso dell’isola e delle sue prelibatezze culinarie, che, con rispetto parlando, noi del Nord ci sognavamo. Ci saremmo rivisti presto, aveva promesso anche lui.

Al Cala Nera mi sarei sentito parte di una grande famiglia, ripetevano tutti quelli che ci lavoravano e, grazie alla estesa rete di contatti vantata dall’onorevole e dal benzinaio, il lavoro non sarebbe mancato. In effetti non era stato difficile fare l’abitudine a un susseguirsi di tutto esaurito per congressi e convention in bassa stagione e al via vai di pullman turistici, provenienti da tutta Italia e dall’estero, in estate, mentre, a cadenza ravvicinata, una consolidata galassia di gente che conta affollava i saloni per festeggiare matrimoni, battesimi, comunioni, lauree. 

Tutti si complimentavano per la straordinaria qualità dei servizi e, col passare dei mesi, divenne naturale crogiolarsi nella gratificazione regalata dal facile successo, al punto da non dare troppo peso all’aumento di “ammazzatine” che iniziavano a comparire sulle pagine dei giornali, giusto per essere liquidate come scaramucce tra bande di piccoli delinquenti. Fino a quando i morti non divennero centinaia e la strage assunse ufficialmente il nome di “guerra di mafia”.

– Quindi hai scelto tu di dirigere il Grand Hotel Cosa Nostra? – aveva ridacchiato il mio amico Guglielmo, porgendomi un arancino fumante al tavolino di una rosticceria in centro.

Un po’ risentito gli avevo chiesto il senso di quella battuta e lui aveva replicato che ero un simpatico polentone ma un po’ babbo. 

Non ci volle molto per capire.

”Due proiettili in piena fronte hanno fulminato Salvatore Giannetto, ucciso ieri pomeriggio intorno alle 16 davanti alla sua pompa di benzina nel centralissimo Viale Libertà, a due passi dal Grand Hotel Cala Nera. Giannetto, in assenza del giovane garzone datosi malato, stava rifornendo di carburante un automobilista, quando il killer gli si è avvicinato indisturbato e lo ha freddato, per poi dileguarsi a piedi. Purtroppo nessuno ha visto niente. Soltanto un’anziana passante ha riferito di aver notato un picciotteddu scappare ma non lo saprebbe riconoscere. Il fatto che la vittima non abbia nemmeno tentato la fuga conferma la rapidità dell’azione e lascia ipotizzare che Giannetto conoscesse il suo assassino. 

Gli investigatori vedono in questo ennesimo delitto un salto di qualità nella faida in corso ormai da un paio di anni tra i clan mafiosi per il controllo del territorio. Sembra infatti che Salvatore Giannetto fosse un esponente di spicco della omonima famiglia che controlla il racket del pizzo nel quartiere in cui si trova lo storico distributore, teatro dell’efferato delitto. […]”

La gente si era ormai assuefatta alla sfilata quotidiana di morti ammazzati per strada, in auto, nei bar. Io invece no, non riuscivo a abituarmi alla mattanza. Il ricordo del benzinaio nel ruolo di azzimato protagonista degli eventi mondani al Cala Nera mi stringeva lo stomaco, adesso che di lui rimaneva un cadavere con indosso una lurida salopette azzurra, steso sull’asfalto accanto al tubo di gomma dell’erogatore, le braccia aperte, gli occhi sbarrati al cielo e una aureola di sangue dietro la testa. Complice lo spiaggiamento di uno sciame di meduse davanti all’hotel, cominciai a sentirmi assediato da un fetore crescente.

– Ora l’onorevole s’ave a cacar ‘i sutta – era stato il commento sardonico di Guglielmo, a significare che, insieme all’ambiguo bacino elettorale, altri e più complessi equilibri stavano saltando. – Mi sa che al Grand Hotel non lo rivedi per un po’, ora che al compare suo un bel cappottino ‘i lignu ci cucirono addosso…

Guglielmo aveva visto giusto. Non solo l’onorevole e i suoi amici si eclissarono ma anche le richieste di organizzare ricevimenti si ridussero in modo significativo fino quasi a azzerarsi. I conti cominciarono a non quadrare più. Il ragioniere, sulle spine, sosteneva che le cose si sarebbero aggiustate ma poi, messo alle strette, aveva confessato che la morte del benzinaio aveva infranto una tregua pluriennale e, da un po’ di tempo, i riscossori del pizzo avevano ripreso a bussare alla nostra porta. 

L’inutile denuncia che sporsi contro ‘ignoti’ – il ragioniere infatti non aveva alcuna intenzione di finire incaprettato nel bagagliaio di un’auto – precedette le mie dimissioni. Così, una sera sciroccosa di aprile, dal ponte del traghetto che mi riportava sul continente indirizzai lo sguardo in lontananza verso l’insegna del Grand Hotel Cosa Nostra e gli rivolsi il mio ultimo saluto.

– Il Cala Nera non era l’hotel di lusso che dirigeva lei qualche anno fa, dottore? – chiede con discrezione il giovane receptionist indicando un punto preciso dell’articolo di giornale che sta leggendo appoggiato al bancone.

– Sì, – confermo, e mentre osservo il volto ritratto a metà pagina, il tanfo di meduse in putrefazione si fa di nuovo strada, fino a scalzare di prepotenza il profumo del bosco portato dalla brezza settembrina. L’arresto dell’onorevole per concorso esterno in associazione mafiosa campeggia in cronaca nazionale. Si parla di voti in cambio di favori a imprenditori e faccendieri legati alle cosche, il benzinaio a fare da tramite fino a quando i nuovi boss emergenti non lo avevano tolto di mezzo. “L’intricata vicenda vede come sfondo il chiacchierato Grand Hotel Cala Nera, già ribattezzato Grand Hotel C.N Cosa Nostra –, ora in declino ma, in passato, sede di riunioni sospette e ricevimenti principeschi ai quali, oltre all’onorevole, avevano preso parte molti tra i “colletti bianchi” coinvolti nell’indagine”. 

Lo sgomento che mi increspa la fronte induce il receptionist a riporre il giornale e a limitare la sua curiosità.

– Ma lei, dottore, lo conosceva questo onorevole?

Nota dell’autrice

Pur ispirandosi a eventi di cronaca, nomi, fatti e personaggi sono di fantasia.