Gli Elefanti

Di Colomba d’Apolito

Era presto, una mattina di aprile soleggiata e con un vento teso, 

che teneva libero il cielo di azzurro accecante, come a volte é il 

cielo di Toscana. L’aria era pura e fredda. 

Era chiaro perché gli Etruschi avevano scelto di fondarla sulla 

collina dominante sulla valle dell’Arno.

Mi avevano accompagnata il fidanzato di allora e la mia amica 

del cuore, specializzanda in anestesia e rianimazione.

La palazzina liberty, sul versante sud della collina di Fiesole, 

in cui entrammo aveva una sala di accoglienza circolare da 

grande albergo,  tutta sui toni del giallo con modanature in gesso lavorato di bianco con elaborati motivi di foglie. Al primo piano una balconata con colonnine tornite bianche, si affacciava sullo spazio d’ingresso, per tutta la circonferenza della sala, a parte la facciata che era completamente occupata dall’altezza del magnifico portone di ingresso. Al di sopra si apriva un occhio, che guardava il paesaggio, e alzava la luce  in tutto lo spazio. Non era difficile ancora adesso immaginare le feste e i balli che all’inizio del ‘900 mescolavano i nobili e danarosi viaggiatori d’Europa, e Firenze con la sua comunità di inglesi residenti era una calamita formidabile.

Ora quel leggiadro albergo era diventato una clinica privata, convenzionata con il Sistema Sanitario Nazionale. Immaginare quali avvenimenti lo avevano portato dalla iniziale destinazione a quella di attuale clinica convenzionata, potrebbe essere oggetto di un altro racconto. 

Al desktop di accoglienza, al centro della sala mi presero i dati e 

poi mi fecero sedere su una sedia a rotelle, con cui mi portarono 

nella stanza assegnata. Dopo una breve salita in ascensore, attraversammo un curvo corridoio che dava sulla sinistra su 

stanze invase dalla luce del mattino, ognuna di colore diverso, 

rosino verdolino giallino. Poi entrammo in una delle stanze, la 

numero 7, e mi lasciarono cambiarmi e mettermi a letto. Ero come anestetizzata, ancora non lo ero tecnicamente ma i miei sensi mi stavano boicottando. La testa si era separata dal corpo, si 

stava rifiutando di mettere ‘veramente a fuoco’ e lasciava che le 

cose seguissero il loro corso, come stabilito. 

Dopo poco mi raggiunse l’amica, che aveva ottenuto il permesso 

di essere con me anche in sala operatoria.

Quando mi svegliai, intontita dall’anestesia, in una luce che mi 

parve accecante,  lo sguardo andò alla finestra, nel cielo una 

fila di nuvole si muoveva lentamente, sembravano elefanti bianchi in marcia, ognuno teneva con la proboscide la coda del precedente. Sentivo nella testa un urlo, – non voglio, per favore, non voglio farlo – 

e non ero sicura che fosse solo nella testa o l’avessi emesso davvero. Era la mia voce, di questo ero certa.  

Invece in tono carezzevole l’amica mi sussurrava ‘’é tutto finito, é andato tutto bene ‘’.

Allora di sicuro non avevo urlato, prima; me lo era solo immaginato. L’ultima scena, come bloccata da un flash, prima del nulla era

 stata una fortissima luce e al centro un vortice grigio, in cui ero 

stata risucchiata, e poi l’urlo,  NON VOGLIO, NON VOGLIO FARLO  che mi sembrava essere durato un tempo lunghissimo.

Ora ero lì, con gli occhi chiusi, affondata nelle bianche lenzuola,

tutto era immerso in un brulichio di lucentezza; al centro del soffitto 

una coroncina di roselline rosa in un medaglione elaborato, indifferenti nella loro eterna fissità.  Forse loro, lo avevano sentito 

l’urlo, perché appartenevano allo stesso universo di definitiva compiutezza.

E’ andato tutto bene.

 Loro, le roselline di quella stanza, avevano assistito ad amplessi furiosi di amanti clandestini, ad amori sboccianti di sposi in 

viaggio di nozze, alla soddisfatta stanchezza di inglesi da Gran Tour amanti del paesaggio toscano, ed ora assistevano al passaggio di testimone, a distanza di un quarto di secolo, tra una madre e sua 

figlia. Neanche l’impronta da brava ragazza con cui ero stata 

innestata, mi aveva salvata dall’eredità femminile.

 Con gli occhi chiusi mi ritrovavo allo stesso punto di mia madre.

In condizioni diverse, certo, da laureata, in sicurezza, in una clinica 

che ricordava più il grande albergo che era stato che un ospedale. 

Nell’ultimo tempo della vita di mia madre, lettrice appassionata nonostante la terza elementare, le avevo dato da leggere ‘Un altro 

giro di giostra’ di Tiziano Terzani.

‘’E’ tutto qui, é già finito il viaggio’’, mi disse una delle ultime volte che ero tornata a casa da grande, ormai sposata e nella vita da me scelta lontana da lei. Poi con dolcezza come sorpresa da se stessa, da come la vita si era dipanata, mi assegnò un compito:  ‘‘quando vai in un cimitero a Firenze fai un pensiero per un tuo fratello non nato’’. 

Prima che ci andassi all’Università, la mamma, a mia insaputa, aveva affrontato un viaggio, con sua cognata. Doveva essere stato l’ultimo dei numerosi aborti, questa volta al Cisa, dei Radicali di Bonino e Conciani. Era probabilmente la volta che aveva rischiato di meno la vita. Certo aveva rischiato di andare in galera. 

Era un miracolo se li aveva superati tutti in buona salute, a parte il prolasso uterino. Dopo l’operazione di asportazione all’uscita della sala operatoria l’infermiera me lo aveva mostrato, commentando 

con una sorta di disincantata meraviglia:  ‘’vede, non é più grande 

di un pugno’’. 

Ci tenevano all’oscuro, per proteggerci, di tutto. La prima volta che avevo intuito che qualcosa che riguardava le mamme fu quando la signora del negozio di alimentari dove ci facevamo il panino prima di scuola, improvvisamente non c’era più, e i loro figli e poi il negozio sparirono dal nostro universo. Una nuvola di ignoranza e inquietudine mi invase per un periodo, ferri da calza tavoli da cucina, ci arrivava dai sussurri nei pomeriggi delle vecchie sedute fuori dalle soglie di casa in strada. 

Durante un viaggio a Cuba un musicista dell’Avana mi aveva disegnato, parlando del destino, due frecce. Partivano dal basso, affiancate, poi mentre quella a sinistra procedeva diritta, quella a destra faceva una serie di giravolte e ghirigori e poi in fondo si riallineava alla sorella di sinistra, per riprendere il cammino parallelo.

Ai tempi l’immagine mi aveva fatto un grande effetto, il senso della 

vita, riassunto in un disegno, noi con le nostre decisioni divaghiamo 

ci allontaniamo, e poi alla fine ci riallineiamo al nostro destino, rappresentato dalla freccia a sinistra.  

Gli incontri con la dottoressa naturista funzionale avevano una cadenza bimestrale. Nell’ultimo incontro mi aveva domandato se 

avevo un dolore all’anca destra, che avevo confermato: ‘’come 

fa a saperlo che mi fa male l’anca destra?’’, le avevo chiesto e lei ‘’eccolo qua’’ indicando un pezzo del foglio su cui tracciava segni 

che mi raccontava. Era così che aveva conquistato la mia fiducia, 

molto semplicemente aveva detto che l’aborto di cui avevo 

parlato all’inizio si era depositato in quel punto. 

E adesso il corpo chiedeva conto e attenzione.

 E  ho sentito una grande pena per me stessa, per la me stessa di 

giovane di allora: arrivata a quell’atto perché col fidanzato del tempo 

non eravamo pronti e, sventati, non ne avevamo neanche parlato, dando per scontato quello che poi avrei fatto.. Sicuramente quella decisione fu l’inizio della fine della nostra relazione.

Ora, una quarantina di anni dopo, dovevo farlo, elaborare quel lutto, come si dice ora.

Ma era andato tutto bene.

L'OFFICINA DEL PREMIO

Via Flavio Gioia, 2
55049 Viareggio
0584 46134 
segreteria@officinadelpremio.it