Gioco di personalità

Di Vittorio Simonelli

 

«Non vuoi un’arancia?»

«Luana, abbi pazienza, m’avevi offerto una spremuta, non un’arancia.»

«E allora? Che importa?»

Carlo si mise una mano in faccia e sospirò.

«Vai a dormire, vai, che stare al bar non t’ha fatto bene.»

«Ehi, ma che stai facendo? Sbrigati, il coprifuoco è tra dieci minuti!»

«Arrivo subito!»

Con quattro falcate Carlo tornò all’uscio della sua camera d’albergo. Il primo giorno della gita scolastica sul Reno era andato bene, e nonostante il viaggio, la visita alla splendida cattedrale di Friburgo e la cena pesante a base di tortellini con panna acida e polpettone vegetariano serviti da un cuoco che ci aveva messo anima e corpo ma non attenzione, né lui né i suoi compagni di camera si sentivano particolarmente stanchi.

«Rinaldo, sei riuscito a lavarti, o sei ancora lì a cercare di mettere l’acqua a ventidue gradi e tre quarti?» chiese Luca mentre rientrava nella stanza subito seguito da Carlo.

«Mi sono arreso, ho fatto la doccia del minatore» rispose lui, uscendo claudicante dal bagno indossando un accappatoio verde acido «Speriamo solo che non rompano le scatole»

«Sono asciugamani,» Francesco rispose, poggiando il suo telefono sul davanzale della finestra aperta sul boschetto che circondava l’albergo «sono fatti per essere bagnati.»

«Di solito non vengono usati come spugne.» Rinaldo si sedette lento sul suo letto e si infilò un paio di pantaloni di pigiama lunghi, prima di slegarsi l’accappatoio e rimanere a petto nudo.

Luca si stese sul suo letto e sbloccò il cellulare.

«Sono le ventidue e ventinove, spegniamo la luce prima che si mettano a controllare», disse girandosi mentre mostrava agli altri l’ora segnata sullo schermo.

Carlo scattò e abbassò uno degli interruttori davanti al bagno, spegnendo così la luce al neon principale della stanza, e dopo qualche istante Rinaldo accese la piccola lampada da lettura che penzolava come la spada di Damocle sopra il suo letto incastrato nella nicchia.

«Ci vedete bene, o volete aspettare ancora un po’ per accendere anche le altre?» lui parlò sottovoce.

Carlo balzò sul letto matrimoniale condiviso con Francesco e disse «io aspetterei».

«Anch’io, non c’è fretta.» Francesco spostò con forza le coperte e ci si infilò rapido.

«Tutte le luci? No, basta una» disse Luca mentre puntava lo sguardo fuori dalla finestra.

«Accendiamone metà.» Rinaldo spense la luce sopra di lui e mise uno dei cuscini sotto la caviglia sinistra «Ora zitti.»

Luca sbuffò e gli altri fecero le spallucce.

Dopo un po’ di silenzio imbarazzante e sguardi fissi sulla porta, ci fu un cigolare e un suono di scatto magnetico, poi la porta si aprì a malapena, facendo entrare qualche raggio di luce che permetteva di vedere solo sagome. Dai loro letti vedevano la professoressa Dardanio come una figura scura coi capelli riccioluti. Indossava ancora il cardigan troppo largo che stava portando fin dall’inizio del viaggio.

«La camera sette è tutta a letto, avanti un’altra» disse lei a voce alta mentre si teneva una mano vicino alla bocca, prima di richiudere la porta con delicatezza. I quattro comunque aspettarono in silenzio per ancora un poco.

D’un tratto Francesco scese dal letto e tastò il muro in cerca dell’interruttore. «Immaginati la puzza delle ascelle, è da stamattina che non si toglie quel cappotto.»

«Non fa poi così caldo, faceva proprio freddo quando siamo partiti, è possibile che sia un po’ freddolosa.» Carlo si alzò e andò al gruppo di interruttori principali in punta di piedi, accendendo però solo alcune luci più piccole e meno luminose sul muro sopra i letti.

«Se pensate sia troppo potete spegnere la vostra.»

Come a comando Luca spense la sua lampada con uno schiaffo al pulsante. Rinaldo si sedette con uno sbuffo e, contato sottovoce fino a tre, si alzò dal letto e zoppicò fino alla valigia rosso-nera che aveva nascosto in un angolino dietro la scrivania; la sollevò per il manico e la trascinò fino ai piedi del letto; poi andò a prendere un cuscino e lo gettò vicino alla valigia. Mentre si sedeva lento e metteva la gamba destra tesa sopra il cuscino, gli altri si raccolsero in cerchio attorno a quella.

«Purtroppo non ci stavano né Zombicide Smash-Up, ma son comunque riuscito a portare lo scatolone di Munchkin, una versione da viaggio di Catan, e Saboteur. A quale vogliamo giocare?»

«Catan» disse Francesco.

«Catan mi è piaciuto, giochiamo a quello.»

«Volevo giocare a Munchkin, ma pare sia l’unico…» Luca disse con uno sbuffo. «Va bene.»

Presa la scatola dalla valigia, Rinaldo la mise a lato e posò la valigia dietro di sé. Carlo aprì la scatola, prese la plancia forata e la spiegò, poi prese le tessere a faccia in giù e cominciò a metterle a caso negli slot, poi Rinaldo mise un dischetto con numero su ciascuna di esse, ed infine Carlo le girò, rivelando infine la conformazione dell’isola e i numeri corrispondenti.

«Certo che avere il porto di pietra attaccato alle montagne è tanta roba,» Carlo notò la combinazione. «È la prima volta che vedo il porto di lana confinante il deserto.»

«Per la legge dei grandi numeri, prima o poi doveva capitarti.» Rinaldo fece le spallucce e prese una busta di segnalini «Io mi prendo i rossi.»

«Io voglio i neri!» Luca prese la busta con quelle pedine con un gesto fluido e rapido.

«Io prendo i verdi.» Carlo prese il sacchettino con dentro il colore corrispondente «E te quale colore ti prendi Francesco?»

«Giallo.»

Carlo gli lanciò il sacchettino e lui non provò nemmeno a prenderlo al volo, limitandosi a recuperarlo dal letto.

Rinaldo prese la carta della Strada più Lunga e dell’Esercito più Grande e le mise sul suo lato della plancia in orizzontale accanto al mazzo Sviluppo che Carlo aveva già messo lì, poi versò le sue pedine sulla moquette, dividendole fra strade, insediamenti e città, prima di posizionare il suo primo insediamento al punto d’incrocio tra la montagna solitaria con otto, una collina con quattro, e una cava con nove, la sua strada protesa verso il raggruppamento di campi più sopra. Carlo posizionò la sua città tra una collina con tre, un campo con otto, e una foresta con dieci, la strada diretta verso una cava ed una foresta. Luca posizionò la città tra le due montagne con quattro/sei ed il porto, la sua strada diretta verso il deserto. Francesco fu il più lento e passò diversi minuti a massaggiarsi il mento irsuto con fare pensoso, prima di fare le spallucce e mettere la città tra il deserto, una foresta con cinque e una collina con undici.

Rinaldo tirò i dadi, uscì quattro e pescò una lana mentre Luca pescò un metallo, poi passò il turno a Carlo che tirò i dadi e, ottenendo dieci, pescò un legno. Francesco tirò i dadi, ma avendo ottenuto due passò subito il turno, e infine Luca tirò i dadi ed ottenne sei, così si prese un metallo.

«È una mia impressione, o il portiere sembra proprio il Dellamorte? Calvo, alto, occhi infossati…» disse facendo roteare la mano verso Carlo.

«Tu dici?» Luca guardò Rinaldo mentre si sdraiava sul pavimento.

«Se tu fossi presente più spesso, o non dormissi all’ora di inglese, te ne saresti accorto.» Carlo tirò i dadi e pescò un grano.

«E stica’, non è che mi perdo molto, fa fatica a dire ‘the cat is on the table’ e ci ha chiesto di portargli ‘a mouther for beer’ prima di andare in gita, potrò anche saltarla.»

«Fosse per te, le uniche materie che si farebbe a scuola sarebbero spagnolo, religione e tecnica turistica amministrativa» disse Rinaldo abbozzando un sorriso mentre Francesco pescava un legname con lentezza esasperante «E l’ultima solo perché la prof è una bella donna, altrimenti non faresti neanche quella.»

«Ma va’, che ho la media del sei lì.»

«Che è la tua seconda più alta. La più alta è per educazione fisica» disse Francesco, passando i dadi a Luca, il quale s’imbronciò.

«Guarda, lasciate stare, tra te e Rinaldo non so chi è quello che forse per la prima volta nella storia del mondo è riuscito ad avere il debito ad educazione fisica.» Luca tirò i dadi e poi pescò un metallo così come Rinaldo pescò una lana.

«E che ci posso fare, se il Falloni ha la flessibilità mentale di un aspirapolvere? Il test di Cooper non ce la faccio a farlo bene.»

«E con la fortuna che hai con le caviglie è difficile migliorare.» Carlo prese i dadi mentre Rinaldo prendeva un carta argilla.

«Tanto sono più bravo a fare flessioni.» Rinaldo scrollò le spalle e fissò lo sguardo sul tabellone nello stesso momento in cui Luca lo guardava con aria di sufficienza.

I dadi mostrarono in totale nove, quindi Rinaldo fu l’unico a pescare una carta.

«Rinaldo, mi dai un metallo per un po’ di grano?»

«No, sennò prendi una carta sviluppo e io nulla.» rispose Rinaldo «Potrei essere interessato per un legno, ma è evidente che non puoi darmene…»

«Giusto, mi ero dimenticato delle strade.» Carlo passò i dadi a Francesco «Vai, tocca a te.»

Francesco prese i dadi e li guardò, anzi, li fissò mentre li teneva nel palmo della mano e, dopo un silenzio tanto imbarazzato quanto interminabile, li tirò, e prese un legno.

«Perché ci metti così tanto?» Luca prese i dadi stizzito «A che pensi, alle pecore in Puglia, o alla tua ragazza?»

«A nulla. E poi Fiammetta mi ha lasciato, c’è poco di cui pensare su di lei» rispose lui con un’espressione impassibile.

«Stavi con Fiammetta?» disse Carlo. «Ma l’hai fatto per prendere il servizio civile?»

«No. Ero solo e le piacevano le mie maglie Armani.» rispose lui «D’aspetto mi piaceva di più Giorgia.»

Luca tirò i dadi, ottenne due e, infastidito, sibilò e li gettò verso Rinaldo.

«Difficile mettersi con una che è andata via due anni fa» rispose Rinaldo mentre raccoglieva i dadi e li scuoteva nelle mani prima di lanciarli.

«Appunto.»

«E ora chi ti piace di più?» Carlo chiese, mentre prendeva una lana.

«Fino a un po’ di tempo fa, Luana. Proprio ora? Tiziana, ha una bella voce.»

«E un bel culo.» interruppe Luca.

«Oddio, è anche vero che Luana si è ridotta maluccio solo dopo che ha iniziato a prendere le pasticche al Cannibal.» Carlo disse e Rinaldo sospirò con rassegnazione mentre passava i dadi.

«Poverina» mormorò Rinaldo.

«Eh già, andare alle feste con Luca non gli ha proprio fatto bene» disse Carlo mentre tirava i dadi, ottenendo un sette e per questo prese in mano la pedina del bandito «Tornando a noi, chi vuole essere bloccato?»

Luca incrociò le braccia.

«Vedo che ti sei preparato.» commentò beffardo Carlo mentre metteva la pedina sulla montagna da quattro di Luca, e lui grugnì e bestemmiò.

«Ma perché? Perché non sulla montagna di Rinaldo?»

Rinaldo si mise a sghignazzare.

«Non ridere!» Luca puntò il dito verso Rinaldo.

«E che ne so io, le carte sviluppo le prendi con il metallo, e te di montagne ce ne hai due» rispose Carlo.

«Un metallo più grano e pecore, cretino, il metallo mi serve per le città!»

«Oh, scusa tanto signor Munchkin, non pensavo che TU ti ricordassi meglio di tutti le regole di ‘sto gioco.»

«Zitti, o finiamo sgamati.» la voce di Francesco fu bassa.

«Ascolta Carlo, se lo fai io non gioco più e mi metto a letto, chiaro? Non è possibile che vadano male tutte a me!»

«Vai, fallo, tanto non volevi giocarci, no?»

«Ragazzi, calma, cerchiamo di essere maturi.»

Luca lo ignorò, si alzò, tolse le coperte dal letto quasi strappandole via, si sdraiò, se le gettò addosso e, dopo essersi creato una specie di bozzolo di tessuto, disse seccato «Buonanotte!»

I tre fissarono Luca.

«Ma che gli è preso? Gli si è fritto il cervello?» chiese Carlo sottovoce.

«No. Solo permalosità» disse Francesco «Volete continuare?»

Rinaldo sospirò.

«Togliamo le sue pedine e andiamo avanti.»

«Io non ho più voglia di giocare, sono troppo nervoso.» Carlo si alzò e si infilò sotto le coperte.

«Che noia… vabbè, è andata così.» Rinaldo sbuffò e anche lui zoppicò per andare a letto. »

Carlo sospirò mentre si metteva sotto le coperte. La serata poteva finire meglio, ma almeno era stato qualcosa di più dell’andare a letto con le galline per la noia.

Francesco spense la luce, e Carlo si mise di lato, chiuse gli occhi, e poco dopo si addormentò, pronto per il secondo giorno di gita e tutto quello che avrebbe fatto.

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