Ansia da prestazione

Di Michele Baglini
Uscì di buon’ora e prima di salire in macchina dette uno sguardo al parco davanti all’albergo. Un’oasi verde tenuta in modo esemplare. Era dovuto andare a Nottingham per il suo ultimo lavoro eseguito in collaborazione con i colleghi inglesi, con cui ormai lavorava da qualche anno. L’hotel, a cinque stelle, in una delle strade più belle della città, aveva un’architettura raffinata, ma nello stesso tempo semplice ed efficace. Gli ambienti interni erano accoglienti e rilassanti, quello di cui aveva bisogno dopo il viaggio e l’impegno della prova che lo aspettava. Lui aveva definito quella struttura un dolce liberty. Da quando era cominciato quella collaborazione aveva scelto sempre quel luogo perché gli piaceva il bello. Ammirare il bello, diceva, ti rende immortale. In qualche modo gli sembrava di uscire da casa. Una graziosa villetta a due piani circondata da un tappeto erboso, corridoi in pietra grezza che si snodavano fino alla porta principale e al garage.

Il professor George Bamin era un noto fisiologo che, subito dopo la laurea si era dedicato alla ricerca. Si era messo in evidenza con studi sulla memoria, in seguito riuscì a capire il metabolismo e il meccanismo di trasmissione degli impulsi elettrici nelle strutture nervose. Proprio queste esperienze lo avevano portato alla sua ultima fatica. In collaborazione con la School of Biosciences di Nottingham si proponeva di provare la funzionalità di un cervello umano espiantato e conservato in laboratorio. Studi tanto appassionanti quanto superbi, quasi a sfidare la giustizia della morte.

George arrivò al laboratorio, ma data l’ora, non c’era ancora nessuno. Si infilò il camice. A breve distanza, però, entrarono anche i colleghi della sua equipe.  Ora c’erano tutti.

L’organo, contenuto in una teca di cristallo, era tenuto in attività da un’apparecchiatura, simile a una cuffia, che lo circondava, progettata per la nutrizione e l’ossigenazione delle cellule nervose. Da tale cuffia partivano centinaia di piccoli fili che andavano a riunirsi in un computer con il compito di regolare la distribuzione degli elementi che dovevano arrivare al cervello. Luis seguiva il tutto dai tre monitor.

Anche Bob, Flory e Terence erano presi dal loro lavoro. George, intento a seguire i vari passaggi sperimentali, guardando l’organo, di un bel colore avorio, si chiese, per la prima volta, se in quel cervello fossero rimasti ancora i sentimenti. Lì dentro era ancora racchiusa ogni sorta di emozione? Non ebbe il tempo di abbandonarsi a queste riflessioni che fu chiamato da Luis. Il cervello aveva aumentato la sua attività come fosse stato nella sua sede naturale. Era una reazione positiva. Il professore si avvicinò a Luis e gli disse che doveva essere abbassato l’afflusso di ossigeno semplicemente premendo il tasto rosso sul pannello.

Lo posso fare io” chiese. “Certo professore” rispose Luis.
Ebbe appena il tempo di appoggiare il dito sul pulsante che un tremendo bruciore lo investì. La stanza scomparve ai suoi occhi e una voce arrivò da molto lontano: “Giorgio, Giorgio svegliati sono le sette. Ti ho lasciato la colazione. Attento, hai il dito nella tazza del latte caldo. Ci sono Flora e Luigi che ti aspettano sotto il portone. Dovete dare l’esame di anatomia. Lo sapete bene il sistema nervoso? Il vostro professore ci batte duro”.

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