Ormai ne era sicuro: era perseguitato. Lo aveva cominciato a notare quando gli era capitato di alzarsi nel cuore della notte e di vedere sul display della sveglia sempre le stesse cifre. All’inizio aveva pensato a una semplice coincidenza, poi però erano rispuntati ovunque: il numero di passi che lo separavano dal negozio di alimentari di Carmelina in piazza a Caprile, i gradini da percorrere per scendere al quartiere Boffa, quello dove abitava Mimmo, con le cupole delle case voltate a botte, per non parlare della maglia dei giocatori di calcio che facevano inaspettatamente goal quando guardava la partita al maxischermo della trattoria a Gradola, sopra la Grotta Azzurra, o dei gatti che incontrava quando andava a fare il bagno al Faro. La conferma la ebbe la notte prima: forse appesantito dai fritti misti che si era mangiato a cena (aveva sicuramente esagerato con i ravioli capresi e le zeppoline), aveva fatto un sogno straordinario. Gli era apparso un banco di pesci colorati: fin qui tutto normale, ma la stranezza era che questi benedetti pesci non nuotavano nel mare bensì in cielo e, manco a dirlo, avevano sul fianco lo stesso inquietante numero. Basta, Vico Cartusi ne era certo. Il 47 lo perseguitava. Senza contare che aveva da poco soffiato su due candeline rosse, un 4 e un 7 per la precisione, al centro di una torta caprese bella umida, tutta mandorle, burro e cioccolato. 

Al banco della reception della piccola pensione Bouganville ad Anacapri in cui lavorava da undici anni (adesso che ci pensava 11 era proprio la somma di 4 e 7), gli passavano davanti clienti di tutti i tipi: vacanzieri in cerca di tranquillità, i vip stavano giù a Capri negli hotel più famosi e costosi, studiosi dell’università che si riunivano a Villa Orlandi per convegni di ogni tipo, talvolta pure qualche caprese in incognito per un incontro clandestino. Vito amava il suo lavoro e da quando era tornato sull’isola era ancora più felice: undici anni prima era scappato da una situazione impossibile, sempre in giro in grandi catene di alberghi senza stile, tutti uguali, dove nessuno scambiava due parole, né aveva il tempo per un caffè. Non ne poteva più di viaggiare in aereo e cambiare luogo senza neanche avere il tempo di accorgersene, di guardare un attimo fuori dalla finestra e magari farsi un giro. Così si era licenziato ed era tornato alle origini, nel suo piccolo mondo: cercava il sole e colori da gustare. Era stata la vecchia zia Evelina a convincerlo; lei era una vera celebrità ad Anacapri. Dirigeva da anni una piccola pensione che aveva arredato con tutti i mobili delle case di famiglia, man mano che si erano svuotate. Così era rimasta attaccata alla vita senza però lasciare mai i suoi morti, con i quali conversava amabilmente. Ogni volta che si sentivano e lui era in qualche aeroporto chissà dove, la zia gli ripeteva sempre le stesse parole.

-Vito bello, cà nun scenni? ‘Accà ci stanno sette cammere vista mare, è piccirillo ma è ‘no bijoux. Ato che chisti albergoni mericani!

Ma Vito all’inizio aveva voluto fare carriera e, scuotendo la testa, rideva di quella piccola pensione a gestione familiare e della proposta della vecchia zia. Chi glielo faceva fare di chiudersi su un’isola? Poi le parole avevano iniziato a martellargli il cervello notte e giorno, era successo quello che era successo, il lusso gli era venuto a noia ed eccolo lì, seduto nella piccola hall tutta ceramiche giallo e azzurro tipo Vietri, con le sette chiavi alle spalle in un pannello che raramente restava pieno. Vi si entrava da un’ampia terrazza piena di piante di limoni dopo un cancellino che dava sulla strada. Quella era casa. Se chiudeva gli occhi poteva sentire il colore del mare d’inverno, il profumo dei glicini in primavera, il rosso del faro al tramonto. Adorava la sua nuova vita e non aveva alcun rimpianto dei viaggi interminabili e dei grandi alberghi. A Capri Vito era libero di essere sé stesso.

Da qualche tempo, però, la sua recuperata serenità era minata da quelle ricorrenze preoccupanti, che lo stavano facendo impazzire. Era più di un mese che il 4 e il 7 gli facevano visita, sempre in coppia, come un monito pericoloso. E se fosse stato un segnale di morte imminente? Si sa che nella smorfia il 47 è ‘o Muorto. Eppure si sentiva benissimo, perché doveva morire proprio adesso? Forse era uno scherzo di uno dei suoi ex colleghi arroganti e invidiosi, ma non aveva lasciato tracce del suo trasferimento, nessuno sapeva che era lì. Magari stava solo impazzendo: in fondo la familiarità c’era. Pure la zia Evelina era sempre stata un po’ fuori di testa: si fermava a parlare allo specchio dell’armadio con chissà quali fantasmi e, dopo la sua morte, Vito aveva trovato cimeli assurdi nella grande casa alla Migliara. 

Quella mattina era iniziata strana: aveva avuto due disdette. La signorina Fiore e sua sorella non sarebbero venute (il loro amato barboncino stava male, pensare che era il più giovane del gruppo) e neppure il dottor Rodolfo Danti, con moglie e figlia (aveva letto sui giornali che il sedicente medico aveva avuto dei guai con la giustizia ma ci voleva poco a capire che non sapeva molto di medicina; l’anno passato gli aveva suggerito di prendere un Valium per una storta). Dopo aver cancellato sul registro le prenotazioni, Vito si accorse con una certa ansia che le stanze assegnate alle due famiglie rinunciatarie erano esattamente la 4 e la 7. Fece un balzo sulla sedia impagliata e fissò il quadro delle chiavi. Adesso basta, ci voleva vedere chiaro con questa faccenda. Doveva ispezionare le camere: solo così avrebbe capito. Aspettò che i suoi ospiti fossero tutti fuori per poter salire al primo piano; fino al tramonto non avrebbe avuto scocciature. Rumori non se ne sentivano, se non i suoi passi. Decise di aprire prima la 7: era quella più piccola ma con un affaccio splendido sul mare. Quando entrò, le persiane erano chiuse, la stanza in penombra, il caldo filtrava dalle stecche. Prima studiò la camera da lontano; pareva tutto a posto. Il letto in ferro battuto era liscio e fresco come quando lo sfiorava nella grande casa dei nonni a Marina Piccola. Vito allora ci si buttava dentro, tuffandosi nelle lenzuola bianche, e fingeva di essere su un’isola in mezzo al mare. Anche la cassapanca e lo scrittoio erano normali, la prima con la solita scheggiatura sul lato destro a cui si erano impigliati chissà quanti fili di calze e sottane, l’altro con il cassetto centrale mai allineato. L’uomo era certo che fosse il nascondiglio di qualche lettera segreta o di un oggetto prezioso per via di quella chiave traforata a giorno. Si avvicinò, cauto, prese la chiave e lentamente tirò: nessun 4, nessun 7 fece capolino. La camera era rimasta in silenzio, nessuna risposta alla sua ansia. Era tardo pomeriggio quando si spostò nella stanza dirimpetto, all’angolo più lontano del piano, che dava sul monte Solaro e sulla seggiovia. Si ricordava di averla presa da bambino con il nonno che, senza aspettare il macchinista, vi si era gettato, facendola ondeggiare paurosamente. Quando aprì la porta, lo invase un profumo intenso di zagara (strano per essere agosto); ne seguì la scia verso l’armadio con la specchiera. Si sedette sul letto, fissandosi. Era un gioco che gli era sempre piaciuto fare con la zia Evelina, nella sua casa alla Migliara. Si mettevano vicini sul letto, lui non toccava ancora a terra con i piedi, e la zia gli diceva di guardare lo specchio perché prima o poi sarebbero arrivati.

-Chi?

-Lo zio Nando, no? E forse pure la bisnonna, e la signorina Cettina e il signor Profeta…

E qui una sfilza di nomi di defunti di tutta Italia. Vito rimaneva fisso a guardare la specchiera, ma vedeva solo la sua immagine e quella della zia, che un po’ fantasma sembrava, a dire il vero, con quella nuvola bianca sulla testa. Ad un certo punto le si accendevano gli occhi, si tirava su con le spalle ed entrava come in trance, dialogando con tutti i parenti e affini. Il bimbo nulla, non aveva mai visto niente. Anche adesso che i piedi poggiavano a terra e accanto a lui non c’era la zia, allo specchio non compariva nessuno. 

-Cara zia Evelina, eri tutta matta! 

L’uomo sorrise tirandosi su dal letto, quando all’improvviso l’odore della zagara divenne più forte e una voce uscì dall’armadio. Sì, stavolta era sicuro: era uscita proprio dall’armadio.

-Pecché nun te li jochi?

Si guardò attorno, un po’ spaesato, fissò lo specchio, ci poggiò un orecchio. Nulla.

-Adesso sento anche le voci, benissimo.

Vito tornò al suo bancone un po’ frastornato, posò le chiavi nel quadro e sorrise al pensiero che un fantasma gli avesse finalmente parlato. Ma ai racconti degli ospiti che tornavano dalle spiagge e dalle viuzze del centro, carichi di incanto e di bellezza vissuta, lo specchio svanì nel ricordo. Più tardi, quando pure quella notte si svegliò esattamente alle 3.47, Vito tornò a tremare pensando con ansia a quei due odiosi numeri che non lo lasciavano in pace; poi ripensò al profumo della zagara, il preferito della zia Evelina, a quella frase ironica e pungente, alla specchiera e ritrovò la calma. Certo, la voce che aveva sentito doveva essere di certo quella della zia: il suo angelo custode con la nuvola bianca intorno alla testa gli aveva dato la soluzione a tutte le fissazioni. E, a pensarci bene, aveva proprio ragione: perché non se li era ancora giocati quei benedetti numeri? Si addormentò sereno per la prima volta dopo mesi: il giorno dopo sarebbe andato da Marione a fare una bella puntata sul 4 e sul 7, sul 47 e pure sull’11, ogni ruota d’Italia. In onore della zia Evelina e di tutti i fantasmi del suo armadio parlante.