Albachiara

Di Carla Rosco

“Perché in albergo se potevamo andare ospiti da Lorenzo?” disse Pia, aprendo la portiera. Stanca e assonnata, prese dall’auto la sua valigia ed entrò in albergo. “Lorenzo non mi piace. Ecco perché”.
Erano a letto. Pancia vuota e solo voglia di dormire.
“Sei geloso! Non lo ammetterai mai … Lorenzo è simpatico, intelligente”.
Pia e Rinaldo stavano facendo l’agognata colazione in albergo: l’hotel Albachiara, piccolo e confortevole, vicino al mare, lungo la costa tirrenica, nel mese di novembre. Il loro umore era cupo, senza spiragli.
“Macché geloso! Trovo solo che sia troppo umorale e accentratore.”
Al tavolo vicino, distanziato ma non troppo, Lucio e Anna. Lui brizzolato e faccia espressiva, simpatica. Lei pure. Pia li vide ed ebbe un lieve capogiro: irresistibili e non separabili. Avrebbe voluto essere al posto di Anna … Sereni sembravano e complici.
“Per salvare tuo fratello, ci voleva molto più amore e molta più attenzione in quel punto, in quel momento di cui mi parlavi” disse Lucio.
“E’ così, è così … Santo cielo! Non posso tornare indietro! Ci sono stati più punti, ma per stanchezza e per la complessità della situazione …”
“Sei stata generosa. Dovevo esserti più vicino io. Eh sì, crediamo di essere liberi, invece scegliamo ben poco, travolti dalla complessità dentro e fuori di noi … Perdoniamoci! Il mare ci aiuterà.” 

Alcune parole erano arrivate a Pia, ma soprattutto l’intensità che li univa: non separabili. Pia sentì una voce femminile con lacrime prima di rivederli: seduti vicino ad una vetrata ampia, da cui si vedeva un pezzetto di mare. Si nascose dietro a una colonna che precedeva di qualche metro il piccolo divano rivolto all’esterno. “L’orizzonte marino mi ha sollevata … mi sento diversa”, Anna piangeva e parlava. “Avevo bisogno dell’acqua. Grazie per avermi portato qui. Non so quanto durerà, ma è bello, bello sentirsi liquidi e aperti.”

Pia doveva raggiungere, per la loro uscita pomeridiana, Rinaldo, collezionista di tramonti. Erano al secondo, ne mancavano quattro. Lucio avvicinò le labbra a quelle di Anna: un bacio lieve, dolcissimo. Pia si sentì invasa dall’invidia.
“Sai Lucio, ho sempre sottovalutato l’invidia. Bisogna rispettarla invece: si respira nell’aria, è coatta… dovremmo cambiare l’aria. Quando mio fratello mi disse che c’erano forze contrarie, erano soprattutto provocate da invidie e gelosie, oltre che da interessi economici. Dovevo prendermene cura.”
“Non era molta l’energia che ti rimaneva, né il tempo.”

Una lunga ampia striscia rossa sul mare blu, dopo che il sole era sparito ancora una volta. Rinaldo molto soddisfatto. Pia meno: continuava a pensare ai due innamorati, vicini e comunicanti, alla sua invidia, alla voglia di lasciare Rinaldo, troppo chiuso e anaffettivo. Si esponeva solo se lei lo faceva prima, le andava dietro come obbligato dalla circostanza e senza rilanciare. Piccolo ragioniere, attento a far quadrare i conti di una minima manutenzione sentimentale.
“Mia cara, mi vorresti lasciare… sono pesante, come i miei genitori che erano due siciliani mutangheri tutti e due e per niente trasparenti. Ti capisco: non sono capace di amare. Te lo avevo detto subito, ricordi?”
“Sì. Speravo che con l’intimità e con il tempo. E poi mi pesa il contagio”.
“Il contagio!?”
“Siamo spugne. Mi inzuppo dei tuoi malumori”.

 Il giorno dopo del secondo tramonto, Pia si svegliò presto. Non riusciva a riprendere sonno: contava i respiri e altro, faceva l’inventario delle parti del suo corpo partendo dai piedi, piano piano fino alla cima della testa. Niente. Attenta a non svegliare Rinaldo, si alzò che erano quasi le sette e pensò all’alba. Una lunga vestaglia sul pigiama e via verso la terrazza che guardava verso i monti. Alba o aurora? Non ricordava bene la differenza. Forse l’alba veniva prima ed era il chiarore della prima luce, poi l’aurora con i primi colori. Quasi sicura era, mentre il cielo si stava tingendo di rosa.
“Anna, vado in terrazza, ci vediamo a colazione” disse Lucio, già vestito e desideroso di silenzio. Quando aprì la porta finestra, vide Pia e si ritrasse per tornare indietro. “Non mi lasci sola!” disse forte e decisa Pia, che dava le spalle all’aurora. Si era appena seduta su una sedia di vimini che era accanto ad un tavolino e ad altre due sedie. Lucio si sedette di fronte a lei, che vedeva per la prima volta: non proprio bella ma attraente, occhi neri, penetranti.
“Non fa neanche freddo, si può stare un po’” disse lui.

“Ho bisogno di aiuto! Devo assolutamente lasciare il mio compagno… Scusami per la confidenza. Ti avevo già visto a colazione, ho avuto fiducia al primo sguardo. Gli alberghi mi piacciono: mi sembra di essere più libera, è possibile incontrare persone al volo…”
“Anche a me piacciono, soprattutto se sono piccoli. Mi sento un po’ come in una famiglia allargata con chi gestisce e con chi si incontra”.
“Al mio compagno mettono tristezza, si sente ancora più solo e abbandonato”. “Peccato!” esclamò Lucio.
“Veramente un peccato che siamo così diversi. Ma il problema non è lasciarlo, è trovare un altro: non mi piace stare da sola”.
“Non avere fretta. Si può imparare a vivere da soli sentendosi in compagnia, si può creare una rete di protezione tra i single che sono tanti, soprattutto donne. Ti lascio il mio cellulare, sono uno psicoterapeuta, vivo a Grosseto. Adesso devo andare, Anna mi aspetta per la colazione. Domani si torna a casa”.
“Qui non si balla la quadriglia!” esclamò Anna, apparsa improvvisamente alle spalle del compagno.
“Non si fanno giravolte!” Prese Lucio per la mano.
“E il cellulare?” provò a dire Pia, mentre oltrepassavano la porta finestra per andare a colazione. Nessuna risposta.

 Il sole stava sorgendo. Pia tornò in camera. Rinaldo non c’era. Prese il telefono e digitò in fretta un numero: “Ciao Lorenzo, sono Pia. Meno male che sei sveglio. Se venissi da sola come ospite per qualche giorno? È ancora possibile?”
“Tranquilla, sono in piedi dalle sette. Ti aspetto, sono in casa per tutta la mattina”. “A presto. Grazie!”
A Rinaldo lasciò un biglietto: Ti chiamerò fra qualche giorno. Ho bisogno di stare da sola come dell’aria che respiro. Non te la prendere. Ai tramonti preferisco le albe.

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