Al frutteto di Ginetta

Di Alessandra Delogu

Sai, Ginetta, non mi ero mai fermato a guardare dal mare il nostro albergo, soprattutto da quando non ci sei più. Sì, ero passato qualche volta davanti alla cala, ma con la scusa della traina ero rimasto a largo e non mi ero avvicinato. 

Oggi invece non so che m’è preso, perché appena ho individuato la falce di ciottoli chiari incastonata nella parete di roccia boscosa ho riposto le lenze e orientato la prua verso terra. Non sono sceso sulla spiaggia, però, e non perché mi spaventi la prospettiva di tirare in secca la barca, visto che ci riesco ancora benissimo, nonostante gli ottantatré anni e i problemi al cuore. Ho preferito ancorare a pochi metri dalla riva e godermi la vista da qui, senza risalire il viottolo che dalla cala conduceva all’albergo e, più su, al frutteto – una via crucis di ricordi, questa, che farebbe male al cuore più del tirar su la barca con l’argano. 

Il sole delle dieci fatica a riscaldare l’aria novembrina dell’Elba e investe coi suoi raggi gli sporadici alberi ingialliti che occhieggiano nella radura di lecci e pini verdeggianti. Sollevo lo sguardo e all’altezza dei primi terrazzamenti distinguo l’edificio giallo ocra che ospitava le otto stanze; la tinteggiatura è scolorita e gli avvolgibili hanno perso buona parte del marrone originario, consumati dal sole e dalla salsedine. L’altro stabile, quello di colore rosa in cui avevamo ricavato il ristorante e alloggiavamo da marzo a novembre, è anch’esso chiuso e stinto. La spiaggia è deserta e dalle abitazioni dei villeggianti sparse lungo il sentiero non provengono segni di vita. 

Questo silenzio impenetrabile mi fa tornare alla memoria le partenze all’alba per Marciana, quando in alta stagione andavo con la barca a fare la spesa all’apertura del supermercato e a rifornirmi dai pescherecci appena rientrati per integrare il mio pescato. Era più comodo arrivare in paese via mare che farsi un quarto d’ora di cammino per raggiungere l’automobile parcheggiata all’inizio del sentiero e al ritorno caricare il mulo per i quattro o cinque viaggi necessari al trasporto dei viveri in albergo. Ricordo ancora la coppia svedese che, appena arrivata, offrì il proprio aiuto e riempì gli zaini da campeggio, affiancandosi al mulo per almeno un paio di tragitti. E furono felici di essere ricompensati con vasetti di marmellata di susine del frutteto.

Eh sì, Ginetta, garbavamo parecchio ai turisti nordici! Non c’era mese che non ne ospitassimo! Eravamo la meta prediletta di escursionisti e di famiglie con numerosi bambini biondissimi, tutti innamorati del piccolo albergo immerso nella macchia, raggiungibile soltanto a piedi tramite il sentiero a mezza costa o via mare. Non facevano caso all’assenza di TV e telefono in camera, né, più avanti, all’assenza di campo per la connessione dei cellulari. La sera non protestavano per la cena a menu fisso – antipasto-primo-secondo-contorno-dolce – che tu cucinavi in ostinata solitudine, con il solo aiuto di uno stagionale ai tavoli durante i mesi estivi, altrimenti bastavo io. A colazione andavano a ruba il pane casereccio col burro e le nostre marmellate di susine e albicocche, con cui farcivi anche crostate e torte, infornate la mattina presto perché fossero ancora tiepide al risveglio degli ospiti. Talvolta, per accontentare gli italiani, riuscivamo a farci consegnare via mare i cornetti alla crema da un panificio in paese, mentre ai nordici offrivamo in aggiunta prosciutto, formaggio e uova sode. 

Be’, non sono mancati anche i rompicoglioni nei venticinque anni di attività, vero Ginetta? Come quegli italiani male informati che non avevano capito dove stavamo ed erano solo capaci di bubbolare per aver dovuto trascinare lungo il sentiero la valigia con le rotelle che ogni tre passi si impantanava nell’erba umida oppure andava sollevata quando c’era da attraversare il torrentello. Per non dire di quelli che arrivavano con le scarpe da città e rischiavano di rompersi l’osso del collo.

Quando giunse l’era delle famigerate recensioni su internet, le stroncature dei rompicoglioni non riuscirono comunque ad avere mai la meglio sui giudizi entusiastici espressi dai nordici e dai connazionali più affezionati. Eppure un calo di presenze degli italiani l’abbiamo registrato negli ultimi tempi. Ma a noi ci importava assai di stelle, pallini e compagnia bella! Il sito web, che pareva non si potesse vivere senza, ce lo fece gratis tuo cugino ma non riuscì a sostituire il vecchio registro di carta su cui appuntavamo le prenotazioni. E su trip-come-si-chiama-lui ci siamo sempre rifiutati di andare.

Bei tempi, Ginetta mia! Poi però è arrivata la vecchiaia, che è stata peggio di internet. E Al frutteto è diventato una trappola per la tua artrite galoppante e la mia cardiopatia. Ricordo ancora la piovosa sera di ottobre in cui a malincuore si decise di vendere tutto – i due immobili e il terreno col frutteto – e ci assalì all’improvviso uno sgradevole sentore di morte. 

I pochi interessati all’acquisto, tuttavia, desistevano di fronte all’isolamento, alle scomodità, ai costi di ammodernamento. Non bastavano il mare bello, il silenzio e una consolidata clientela a giustificare un ingente investimento in denaro e fatica. Era soprattutto la fatica – quella che a noi non ci aveva mai spaventato – a risultare indigesta. Per questo, quando due anni dopo si presentò Ennio Fraschetti da Latina, di professione imprenditore, e ci sbatté in faccia le sue infinite possibilità economiche offrendoci sull’unghia ottocentomila euro – “così me li levo dai cojoni” – non potemmo rifiutare. Con immenso dolore lo ascoltammo farneticare di trasformare Al frutteto in un piccolo resort con piscina e pista da ballo, cucina contemporanea e chef stellato, stanze con TV satellitare e connessione a internet. Diceva che “bisognava rida’ un po’ de vita a ‘sto posto che, con tutto il rispetto pe’ ‘a gestione vostra, è ‘na tomba proprio. Era sicuro di avere le conoscenze giuste per ungere l’amministrazione comunale e ottenere il permesso di trasformare il sentiero in uno stradello asfaltato – “e che cazzo, mica sto a chiede’ de fa’ ‘n’autostrada!”, ripeteva. Noi, però, Ginetta, sapevamo che non glielo avrebbero concesso. 

Ciò nonostante Fraschetti, come uno schiacciasassi, partì col suo progetto faraonico. Gli ci volle un anno e mezzo di lavori e un altro mucchio di quattrini per smontare tutto quello che io e te s’era messo su. Alla fine venimmo a sapere che la piscina era rimasta sulla carta ma in compenso era stato raso al suolo il frutteto per ricavarci la pista da ballo, coperta da un orribile gazebo. Ricordo che sbiancasti, Ginetta, e ti dovetti porgere un bicchiere d’acqua e zucchero mentre ti accasciavi sulla poltrona. “S’è sbagliato a vendere, Nedo, s’è sbagliato”, ripetevi scuotendo la testa. E io a dirti che no, non si trattava di aver sbagliato, si trattava di non aver avuto scelta, perché non ce l’avremmo fatta ad andare avanti con gli acciacchi che aumentavano. La gente poi oggi è più esigente, vuole sempre più comodità, avremmo chiuso comunque, cercavo di convincerti. Ma tu non ti rassegnavi alla distruzione del frutteto che avevi ereditato dal tuo babbo. Li avevi visti crescere quei susini, quegli albicocchi, quei nespoli, li avevi visti fiorire a ogni primavera e regalare tanta frutta, che coglievi con infinito amore per poi trasformarne la gran parte in marmellata da offrire ai nostri ospiti. “Ora per colazione gli rifilerà quei troiai usa e getta”, dicevi, immaginando centinaia di mini-confezioni di confettura industriale buttate via mezze piene. Sì, ti facevo eco io, ma sempre col mulo o con la barca dovrà far trasportare tutta quella immondizia supplementare e gli ci vorrà una persona. Ce lo vedi te il Fraschetti con le sue giacchine firmate e i mocassini blu da yacht club a tirare il mulo carico di sacchi puzzolenti? Fidati, Ginetta, non durerà. 

Me ne convinsi quando seppi che aveva preferito conservare il nome scelto da noi, nonostante del frutteto e di Ginetta non ci fosse più traccia. Aggiunse solo “nuova gestione” per far credere alla vecchia clientela che poco o nulla era cambiato. La vecchia clientela però sparì nel giro di una stagione e in paese iniziarono a fioccare aneddoti sulle serate danzanti a base di disco-music a tutto volume, sull’uso massiccio di prodotti surgelati, sugli orribili lettini e ombrelloni giallo-rossi sparsi per la cala, sul malcontento serpeggiante tra i vicini. Poi a ruota girarono voci di prezzi esagerati, di recensioni negative, di prenotazioni annullate, di clienti insoddisfatti che s’aspettavano un Hilton in miniatura e si ritrovavano un bengalese e un mulo ad accoglierli all’inizio di un sentiero sterrato. Fraschetti nel frattempo continuava a sbandierare che avrebbe ottenuto lo stradello carrozzabile, mentre le malelingue insinuavano che fosse già in serie difficoltà economiche. Ci avevo preso, insomma!

Ora che lo osservo dal mare, abbandonato, stinto e assediato dalla vegetazione inselvatichita, non so, Ginetta, se la chiusura del Frutteto mi rallegri ancora come tre anni fa, quando ci parve la giusta punizione inflitta al forestiero arrogante che aveva preteso di stravolgere la fisionomia della nostra creatura. Non c’è più il frutteto, non ci sei più tu, e io sono rimasto solo, a scontare la nostalgia per le memorabili stagioni vissute nel nostro alberghino, laddove adesso si intravede lo scheletro di un gazebo arrugginito. 

Almeno però c’è una buona notizia, Ginetta: l’altro ieri è arrivata una cartolina dalla Danimarca, con cui uno dei nostri primi clienti ci comunica il matrimonio del figliolo, che era uno dei tanti bambini di allora. Ti manda i suoi saluti, non sa che non ci sei più, e non ho intenzione di dirglielo perché voglio che ci ricordi insieme. 

Ora, Ginetta, tiro su l’ancora e torno in paese, e domani vengo a portarti i fiori. Come dici? Sì, se chiudo gli occhi riesco ancora a vederlo, il tuo frutteto.

L'OFFICINA DEL PREMIO

Via Flavio Gioia, 2
55049 Viareggio
0584 46134 
segreteria@officinadelpremio.it